martedì 29 dicembre 2020

La dolce indifferenza del mondo - Peter Stamm


Non conoscevo questo scrittore ma, dopo aver letto un bellissimo post su LLC, l'ho comprato e l'ho letto in pochissimi giorni.

Una scrittura lieve, in cui le pagine scorrono seguendo il ritmo della lunga passeggiata di Cristofer, uno scrittore di mezza età, e Lena, la ragazza identica alla donna di cui Cristofer è stato innamorato molti anni prima. Nessuno dei due ama tornare indietro, ripercorrere la strada già fatta, e così procedono camminando, fermandosi ogni tanto in un bar, in una biblioteca, tornando indietro soltanto nel racconto della propria storia.

È un gioco di doppi, di identità che si perdono e si ritrovano, che per certi aspetti mi ha fatto ripensare a Stiller di Max Frisch, nonostante la storia qui sia molto diversa. E forse le storie, nonostante l'illusione di poterle mettere a posto, aggiustando qualche pezzo, finiscono sempre come devono finire. Come le passeggiate portano sempre sulle rive di un lago e da qualche parte inizia un'altra storia con una torta a tre piani.

sabato 26 dicembre 2020

Alessandro e il topo magico - Martha Sanders

Oggi mi sono svegliata pensando alla Vecchia Signora. Non so se sia stato il mio primo libro, ma sicuramente è quello che io e mia sorella abbiamo amato di più da bambine. Ce lo regalò mio nonno e, siccome non sapevamo ancora leggere, chiedevamo sempre a mia nonna di leggerlo per noi. "Ma ancora la Vecchia Signora? Non c'è un altro libro?" si ribellava ogni tanto. E no, a noi piaceva la Vecchia Signora, che con i suoi abiti eleganti, l'aspetto gentile ma fermo, il campanellino con cui chiamava tutti a raccolta, rubava la scena all'alligaore Alessandro, protagonista di un gesto eroico.

La Vecchia Signora viveva ritirata nella sua grande casa vittoriana, circondata dagli oggetti e dagli animali che si era portata dietro dai numerosi viaggi, quando era una Giovane Signorina.

Anni fa un amico, appena tornato dal Nepal, si lamentò di non sopportare più di mangiare yak, lo guardai inorridita. "Hai mangiato lo yak?" mi scandalizzai. Per me lo yak sarà sempre una dolce capretta profumata, comodamente seduta nel salotto della Vecchia Signora.



Lo spiraglio su quella vita da Giovane Signorina era la parte più interessante della storia, quella che lasciava intravedere una vita avventurosa e piena, di cui la Vecchia Signora aveva saputo conservare il meglio, prima di ritirarsi nella tranquillità di una vecchiaia fatta di chiacchierate e tè con i suoi animali. 

Me ne sono resa conto stamattina per la prima volta: senza tante storie, con naturalezza, già negli anni Settanta la Vecchia Signora aveva infranto gli stereotipi delle fiabe di una volta, facendoci venire voglia di viaggiare, di scoprire posti nuovi, e di apprezzare il ritorno a casa.

sabato 19 dicembre 2020

Borgo Sud - Donatella Di Pierantonio

La pioggia si è rovesciata sulla festa senza il preavviso di un tuono, nessuno tra gli invitati aveva visto le nuvole addensarsi sopra le colline scure di boschi. Eravamo seduti alla lunga tavola sul prato quando l'acqua ha cominciato a colpirci. Mangiavamo gli spaghetti alla chitarra, le bottiglie erano già smezzate. Al centro della tovaglia ricamata odorava la corona di alloro che Piero si era tolto dopo le fotografie. Alle prime gocce ha guardato il cielo e poi me che gli stavo accanto. Si era liberato di giacca e cravatta, aveva aperto il collo della camicia e arrotolato le maniche fino ai gomiti: la sua pelle irradiava salute, splendore. Aveva dormito poco, e io con lui, solo verso il mattino. Per qualche istante al risveglio non avevo più saputo chi ero, chi amavo, e che iniziava un giorno felice.


Con "Borgo Sud" Donatella Di Pierantonio torna ai personaggi del romanzo con cui ha vinto il Campiello, "L'arminuta". Anche questo è il romanzo di un ritorno, ma parecchi anni dopo, quando la protagonista e sua sorella Adriana sono ormai donne adulte, tante cose sono successe e il loro rapporto, forte e inscindibile, è a volte ingombrante, sempre difficile, ma resta l'unico punto fermo nella confusione della vita. È un racconto delicato, fatto di ricordi che affiorano lentamente, che mescolano i diversi piani temporali. Un romanzo breve, che si legge in pochi giorni, ma dal quale si fa fatica a staccarsi. 

domenica 13 dicembre 2020

Le mille luci di New York - Jay McInerney


Se non fosse stato per un bellissimo post di Stefano Aiello, uno di quei suoi post in cui mescola i libri e la vita, probabilmente non avrei mai letto questo romanzo. L'ho recuperato in ritardo, visto che è stato scritto nel 1984, e all'inizio ho fatto un po' fatica ad abituarmi alla narrazione in seconda persona, a quel "tu" che dovrebbe fondere il lettore con il protagonista. Eppure ad un certo punto il "tu" non si sentiva più, è diventato naturale e perfetto perché, per quanto il protagonista del romanzo e la sua storia possano essere lontani, c'è qualcosa in lui che prima o poi conosciamo tutti, quel momento in cui la vita ti volta le spalle e tutto quello che era facile, tutto quello che funzionava, si rompe o finisce nel posto sbagliato. È uno dei rari casi in cui un titolo, tradotto in italiano ("Le mille luci di New York") in modo completamente diverso dall'originale ('Bright lights, big city"), riesce a rendere lo stesso senso di perdita e delusione per come le cose avrebbero dovuto andare e non sono andate, la malinconia per tutto quello che avrebbe dovuto succedere e non è successo. E poi c'è New York, la stessa New York di Bret Easton Ellis, una città in cui le luci dei grattacieli brillano in alto, nascondendo le strade buie.

È soprattutto un romanzo su quel momento in cui si è giovani come non lo si è mai stati prima, ma si è già sul punto di non esserlo mai più.

venerdì 4 dicembre 2020

Dove la storia finisce - Alessandro Piperno

Una parte del romanzo si svolge proprio a Sabaudia, il luogo in cui avevo pensato di iniziarlo, quest'estate, ma poi avevo letto altro. Quando l'ho iniziato però l'ho finito in pochissimi giorni, i personaggi e le loro vicende mi hanno coinvolto subito e la scrittura di Piperno è sempre piacevole e trascinante. È stato però un po' una delusione perché i due romanzi che compongono "Il fuoco amico dei ricordi" mi erano piaciuti molto, come mi era piaciuto "Contro la memoria" e gli articoli di critica. Questo romanzo invece mi è sembrato un po' spento, nonostante sia un bello spaccato di una famiglia divisa dagli egoismi e i narcisismi dei suoi componenti. Un romanzo piacevole ma in cui manca qualcosa.


lunedì 30 novembre 2020

L'estate - Albert Camus

 


«Nel mezzo dell'inverno ho scoperto infine che esisteva in me un'estate invincibile.»


"Ritorno a Tipasa" è forse il più famoso dei saggi che compongono "L'estate", uno dei libri più belli di Camus, quello in cui esprime il suo amore e la nostalgia per l'Algeria («Speravo, credo, di ritrovare una libertà che non potevo dimenticare»).

È un viaggio per le città algerine, che parte da Orano, il luogo in cui in seguito avrebbe ambientato "La peste", e fin dall' inizio si ha l'impressione di aggirarsi tra le strade soleggiate di una città di pietre antiche, di sassi rossi, di polvere. Una città sul mare ma che, invece di aprirsi verso il mare, «volta le spalle al mare, che si è costruita attorno a se stessa, come una lumaca.» È un labirinto e il Minotauro si rivela essere la noia, che trattiene i suoi abitanti e li divora.

Le città algerine sono simili a quelle italiane e a quelle spagnole, ma sono «città senza passato.» Eppure tra queste poche pagine si consuma la nostalgia per un tempo lontano, per tutte le cose che non ritornano, per gli anni giovani che sono persi.

«Sono cresciuto sul mare e la povertà mi appariva fastosa, poi ho perso il mare, allora tutti i lussi mi sono apparsi grigi e la povertà intollerabile.»

lunedì 23 novembre 2020

Il dono - Vladimir Nabokov

 In una giornata dal cielo coperto ma luminosa, qualche minuto prima delle 4 pomeridiane del 1° aprile 192... (un critico straniero ha fatto rilevare che molti romanzi, per esempio tutti quelli tedeschi, iniziano con una data, ma solo gli autori russi, in virtù dell'originale onestà della nostra letteratura, tacciono l'ultima cifra) all'altezza del n. 7 di Tannenbergstrasse, in un quartiere occidentale di Berlino, si fermò un furgone per traslochi molto lungo e molto giallo, aggiogato a un altrettanto giallo trattore affetto da ipertrofia delle ruote posteriori e con le forme impudicamente esposte. Sulla fronte del furgone si scorgeva la stella di un ventilatore, e lungo tutta la fiancata correva il nome di una ditta di traslochi, scritto in cubitali lettere turchine ognuna delle quali (compreso il quadrato di un punto) aveva il bordo sinistro profilato di nero: disonesto tentativo di penetrare nella dimensione successiva.


"Il dono" (Dar il titolo originale) è l'ultimo romanzo russo di Nabokov, il romanzo con cui l'autore si congeda dalla letteratura russa ("Rinuncerò a tutto quello che ho - la mia lingua") e forse è anche il primo romanzo russo del Novecento. Lo lessi più di vent'anni fa e sono contenta di averlo letto allora, quando avevo letto da poco Puškin e Gogol, altrimenti avrei perso molte delle sfumature e dei rimandi che lo fanno grande, in un dialogo continuo con la letteratura russa che l'ha preceduto. Un romanzo ma anche un genere nuovo, che unisce il saggio e l'autobiografia. Un gioco e un libro monumentale, fatto di specchi e di riflessi.

Ma c'è anche qualcosa che punta al futuro, c'è la scena in cui il mellifluo Ščëgolev, l'antisemita che ha sposato una vedova, il cui primo marito non gli avrebbe permesso di mettere piede in casa sua, dice al protagonista: «Eh, che romanzetto tirerei giù se avessi un pochettino di tempo!... un maschio vecchio ma ancora nel pieno delle forze, focoso, assetato di felicità, conosce una vedovella con una figlia che è ancora una bambinetta...»



In seguito Nabokov pubblicò ancora in russo "Invito a una decapitazione" e una novella che negli anni successivi riscrisse in inglese, ampliandola e approfondendo alcune parti. Un "romanzetto" che forse gli costò il Nobel, per l'argomento immorale e per il modo in cui trattò l'argomento, ma se "Il dono" lo fece uscire dalla letteratura russa, Lolita lo fece entrare in quella americana.

martedì 17 novembre 2020

L'architettrice - Melania Mazzucco


La Mazzucco me la ricordo lontana e piccola piccola, alla Feltrinelli, a una presentazione a cui ero arrivata tardi, subito dopo il lavoro, e mi ero fermata vicino all'ingresso. Era autunno, come adesso, avevo letto Vita ad agosto, durante gli ultimi giorni di vacanza, e ci pensavo ancora, perché la storia di Diamante è una di quelle storie che ti restano dentro, con tutta la malinconia di quello che sarebbe potuto essere e invece non è stato. Anche la storia di Plautilla Briccia è una storia di quello che sarebbe potuto essere e non è stato, ma Plautilla, a differenza di Diamante, non è vittima delle circostanze e delle occasioni perse. Plautilla "trova la libertà dove la cerca" e la cerca sempre nella sua arte, nei suoi dipinti, nel Vascello o Villa Benedetta, la sua costruzione che resiste al tempo per secoli. Figlia del Briccio, scrittore di commedie, attore, matematico, pittore, "solo un nome triste nella storia del teatro italiano", sarà lei a diventare famosa, a lasciare che il suo nome attraversi la storia e ogni tanto riaffiori, per poi scomparire di nuovo. Come la sua Villa, anche Plautilla sopravvive al suo tempo, ai fratelli, ai nipoti, agli amici, in una giovinezza infinita, che non la vedrà mai invecchiare davvero. "Architetto no. Architetta? Suonava ridicolo. La donna pittore è una pittrice, la donna miniatore miniatrice. Architettrice, dunque."

E la sua storia si incrocia con quella di Roma, che piano piano prende forma, trova le sue opere, i suoi monumenti, attraverso gli intrighi papali, le famiglie che si alternano, le lotte per il potere. Così mi è venuta una gran voglia di tornarci e questa volta di cercare lei, la presenza silenziosa, che ha sparso le sue tracce restando nell'ombra, perché anch'io sono stata una di quei turisti che, quando entravano in San Giovanni dei Francesi, passavano davanti alla sua cappella "come un intralcio, cercando i quadri di Caravaggio".

Soprattutto però quando diciamo che la letteratura italiana contemporanea è stanca, finita, non all'altezza del passato e nemmeno di quelle straniere, dovremmo ricordarci dei libri di Melania Mazzucco.

lunedì 9 novembre 2020

La sabbia non ricorda - Giorgio Scerbanenco


La ragazza si accucciò vicino all'uomo steso sulla sabbia, a viso quasi in giù, per vederlo meglio. Era il principio dell'alba, il mare aveva smesso di battere sulla riva come aveva fatto tutta la notte; adesso arrivava sulla spiaggia lentamente, senza rumore, quasi un quieto lago. L'uomo stava bocconi, a gambe larghe, come fosse malamente caduto, la faccia a metà affondata nella sabbia. La ferita che aveva al collo era larga e, sotto, la sabbia era più scura. In alto, invece, il cielo diveniva di attimo in attimo più chiaro, benché tutto sulla terra fosse ancora un poco grigio, il mare, la striscia larga di spiaggia che correva a destra e a sinistra solitaria e come senza fine, e la boscaglia oltre la spiaggia.

L'uomo era giovane, aveva i capelli ricci, nerissimi e lucidi. La ragazza, accucciata vicino a lui, pensò in tedesco: "Molto unti". Ricordava la sensazione di unto provata la prima volta che glieli aveva carezzati. Anche la camiciola bianca con le maniche corte era macchiata di sangue.,sulla spalla destra. La ragazza si sollevò in piedi e pensò in tedesco: "Non me ne importa niente." Le faceva ancora un po' male una gamba per il violento calcio che egli le aveva dato a uno stinco. Il vento le muoveva delicatamente i fragili, scoloriti capelli biondi. Si guardò intorno: nessuno. Anzi, si poteva dire: niente, perché a quell'ora, nel colore grigio che confondeva ogni cosa, era come se tutto intorno fosse il niente. Il cielo non aveva più stelle, e non aveva ancora il sole, ed era come un vuoto.


"La sabbia non ricorda"  di Giorgio Scerbanenco è il primo giallo della mia vita. L'avevo trovato allegato a una rivista e lo lessi avidamente durante una settimana di giugno sulla spiaggia di Deiva Marina. Le immagini mi scorrevano davanti come quelle di un film, era facile immaginare i luoghi e i personaggi. Soprattutto i personaggi mi restarono impressi, tratteggiati con attenzione, nella loro dimensione psicologica, che tendeva ad oscurare un po' la vicenda dell'omicidio.

Forse è colpa di questo libro se non sono una gran lettrice di gialli, perché raramente, in seguito, ne ho trovato qualcuno che mi sia piaciuto così tanto.

domenica 1 novembre 2020

Herzog - Saul Bellow

Se sono pazzo, per me va bene, pensò Moses Herzog. 



Per due anni di seguito me lo sono portato in vacanza, ma è rimasto sul tavolo dell'albergo mentre leggevo altro. Non che non avessi voglia di leggerlo, ma sapevo che dovevo aspettare quel momento particolare in cui potevo dedicargli più del tempo necessario alla lettura. Poi, all'ultimo, mentre stavo partendo per un ultimo weekend d'estate, l'ho infilato nella borsa, perché finalmente quel momento era arrivato.

Faccio fatica a definirlo un romanzo, perché in realtà è un libro sulla vita, sulla natura umana, un libro in cui non succede nulla ma in realtà succede tutto, perché in circa 350 pagine si srotola tutta la vita di Herzog. È un libro di pensieri, di elucubrazioni che svelano una vita intensa e vissuta profondamente: "Se te ne fregassi, non importerebbe. Potresti sposare altre cinque mogli. Ma con l'intensità con cui fai qualsiasi cosa... e il tuo talento per la scelta fatale". 

Nel momento in cui non esclude la possibilità di essere pazzo, Herzog vede per la prima volta con lucidità la sua intera esistenza. È un uomo di cultura che, seppure in modo diverso dai suoi fratelli, è riuscito "nella sua battaglia ebraica di piantare solide radici nell'America WASP". Eppure, nonostante tutto, resta un outsider nel paese in cui vive, ma anche nella famiglia dalla quale proviene e nelle due famiglie che ha costruito, con due donne molto diverse.

C'è moltissimo in questo libro che forse, come suggerisce Piperno, si presta più ad una lettura che prescinde dall'ordine delle pagine. Sempre come dice Piperno: «E tutto sommato non è necessario che Saul Bellow venga letto da milioni di persone. Basta che sia letto da chi ha voglia di farlo. Basta che sia letto da me.» Da adesso verrà letto anche da me.

mercoledì 14 ottobre 2020

I tre quarti della vita - Benoîte Groult

 


Quando non potrò più leggere, soddisfare la mia avidità di cioccolata, percorrere le spiagge in cerca di gamberetti durante le alte maree; quando mi avranno fatto perdere il gusto del vino con discorsi ragionevoli; quando non proverò più tutte le mattine una felicità idiota nel semplice gesto di spalancare alla luce le mie persiane; quando non avrò più il coraggio di prendermela con il tempo, come ho fatto di gran lena per tutta la vita; quando non saprò più fare altro che lamentarmi invece di imprecare; quando non farò più male a una mosca; quando penserò al mio colesterolo prima di assaporare burro salato a cucchiaiate; quando diventerò invidiosa di quello che fanno gli altri; quando non riuscirò più a piegare un ginocchio a terra e bisbigliare all'orecchio del mio giardino; quando preferirò andare a dormire invece di uscire con il mio migliore amico... Insomma, quando sentirò quello che chiamiamo il peso degli anni e non godrò più dell'età imprecisa che abbiamo in sogno, quando mi lascerò impressionare dal verdetto degli specchi invece di fidarmi delle mie certezze interiori; in breve, quando non troverò più piacere nei miei piaceri e proverò troppa pena per le mie pene, rinuncerò a continuare a vivere. Poiché la vita sono io. Nient'altro.

  


Nel 1992 ero alla libreria Rizzoli con un amico e ad attirarmi di questo libro fu la copertina di Toulouse-Lautrec. Allora non sapevo nulla dell'autrice, Benoîte Groult, di cui in seguito lessi altri due libri, tra cui il più famoso "Sale sulla pelle". Poi, domenica scorsa, è miracolosamente riemerso da una libreria a casa dei miei genitori, proprio in tempo per #unincipitalgiorno su un. Non è però l'incipit («Non sarò mai vecchia. Da quando lo so mi sento al sicuro») la parte che ho riletto più volte, quanto invece il brano qui sopra, alla pagina successiva. L'ho riletto così tante volte da averlo imparato a memoria, sono parole che ogni tanto mi tornano in mente e mi ha fatto piacere ritrovarle e rileggerle, scoprirle identiche a come le ricordavo. 

"I tre quarti della vita" è il racconto in terza persona di Louise Castéja, dapprima figlia della «miscredente e frivola» Hermine e dell'incolore Adrien Morvan (oltre che della loro amica Lou), poi moglie dello sfortunato Jean-Marie e in seguito di Arnaud Castéja. È il racconto del lungo percorso di una donna per diventare se stessa, la persona che avrebbe dovuto diventare, che avrebbe voluto diventare, mentre lentamente si faceva strada tra personalità diverse e contrastanti. Fino a quando Arnaud, il marito di gran parte della vita, quello con cui il terreno comune è sempre stato l'umorismo, quello che andava, viveva altri amori e tornava «non sa che rientrando da New York non ha ritrovato Louise Castéja. Ha trovato ME.»

lunedì 14 settembre 2020

Arthur Schnitzler

 Ho comprato "Beate e suo figlio", romanzo breve (o racconto lungo) di Arthur Schnitzler dopo aver letto una recensione molto bella su LLC. 

Attraverso un gioco di maschere, di sovrapposizioni di identità, in cui il passato si rifrange in modi diversi, Schnitzler si addentra nei pensieri di una vedova ancora giovane, in vacanza con il figlio, scoprendo le sue inquietudini, il suo senso di disfatta, in un crescendo di tensione che sfocia in un finale forse inevitabile, che ricorda il capolavoro di Schnitzler, "La signorina Else". 

Considerato da Freud un fratello spirituale, che attraverso la narrativa riuscì ad anticipare alcune sue intuizioni, Schnitzler fu probabilmente il primo scrittore ad introdurre il flusso di coscienza in letteratura. Stefan Zweig notò come le sue opere fossero state superate "per lungo tempo o forse per sempre" dalla prima guerra mondiale. Alla fine degli anni Novanta invece Kubrick trasse un film da "Doppio sogno" e oggi le stesse opere sembrano molto attuali per il profondo senso di straniamento dei personaggi e per la precarietà di una società in bilico sulle incertezze.

Ripensare a Schnitzler in questo periodo mi ha fatto poi venire ancora di più la nostalgia del teatro per quello spettacolo che non ho mai visto e che mi piacerebbe vedere, "Il girotondo", composto da dieci dialoghi tra dieci coppie, in cui uno dei protagonisti di ogni dialogo è anche uno dei protagonisti del successivo.


martedì 25 agosto 2020

Le particelle elementari - Michel Houellebecq


Ho impiegato parecchio tempo prima di decidermi a leggere questo libro perché sapevo che non sarebbe stata una lettura facile (Houellebecq non lo è mai) e avevo bisogno di trovare il momento giusto. È un libro denso, mi sembrava di aver letto già tantissimo, ma poi mi accorgevo di non essere nemmeno a metà, perché spesso tornavo indietro a rileggere una pagina, un passaggio, a cercare di "sentire" meglio quelle parole, per non dimenticarle. E poi perché non è solo un romanzo, ma anche un saggio filosofico, scientifico e letterario. I due protagonisti, Bruno e Michel, che hanno in comune solo il fatto di essere stati abbandonati dalla stessa madre, sono due modi diversi e opposti di reagire a quell'abbandono, di trovare un modo per sopravvivere a una vita dalla quale entrambi si sentono tagliati fuori. Eterno aspirante scrittore uno, ricercatore di biologia molecolare l'altro, ognuno di loro è l'unico punto fermo nella vita del fratellastro, un rapporto che li porterà ad influenzarsi reciprocamente, un po' come successe tra i fratelli Julian e Aldous Huxley, biologo uno, scrittore l'altro. Al centro del romanzo ci sono la difficoltà dei rapporti, il senso di isolamento di un essere umano rispetto ai suoi simili, le occasioni mancate e l'incapacità di afferrare la vita quando era il momento di afferrarla, ma anche l'inquietudine di fine millennio e l'ombra di un futuro agghiacciante per l'umanità.

Houellebecq mescola uno stile freddo e asettico a un linguaggio crudo e volgare, passando rapidamente da uno all'altro mentre passa dal punto di vista di Michel a quello di Bruno. È un libro disturbante e complesso, cinico e spietato, e forse proprio per questo supera i confini del romanzo.

venerdì 31 luglio 2020

Berlino Est 2.0 - Federico Cenci

Appunti tra distopia e realtà

Non è stato facile trovare questo libretto (appena 90 pagine), perché pare che la casa editrice Eclettica non distribuisca i suoi libri nelle librerie, ma che li venda solo tramite i siti internet di quelle stesse librerie. 
Nel prologo l'autore spiega che si tratta di un tributo ai grandi scrittori di distopie, senza nessuna pretesa di avvicinarsi a loro. Il romanzo è composto dagli appunti di un protagonista di cui non si sa nulla, appunti che sono istantanee di una città sulla quale incombe un cielo plumbeo anche quando c'è il sole, perché è pesante l'aria che si respira nelle sue strade. Un'aria che gli abitanti possono respirare solo per un periodo di tempo limitato ogni giorno e limitati sono anche i loro spostamenti: 300 metri al massimo e solo per raggiungere la più vicina farmacia o il più vicino supermercato. Una volta raggiunti questi negozi, i berlinesi si dispongono lungo una fila ordinata, facendo attenzione a mantenere il distanziamento fisico, a evitare ogni contatto tra di loro. Per le strade ci sono vigilanti e droni, ma anche dai balconi spuntano occhi pronti a denunciare la minima inosservanza delle regole. Uno dei reati più gravi è l'apologia del passato, il ricordo e la nostalgia di un mondo in cui erano liberi. Questi personaggi sono le ombre sbiadite delle persone che sono stati, la cosa più importante di cui sono stati privati è la possibilità di essere loro stessi.
Non è un capolavoro questo romanzo, scritto con uno stile anonimo e impersonale, che si adatta all'atmosfera che lo avvolge, ma ha il pregio di proporre una riflessione sull'equilibrio tra libertà e sicurezza, tra stato e cittadini e sulla follia generata dal terrore. 

domenica 26 luglio 2020

Il colibrì - Sandro Veronesi

L'ho comprato più che altro per curiosità, dopo aver letto una serie di recensioni e commenti contrastanti. "Caos calmo" mi era piaciuto così cosi, però ci avevo trovato dei luoghi che amo e mi aveva fatto piacere trovarceli. Qui ho trovato Bolgheri, ma ad un certo punto, quando la lettura era già abbastanza inoltrata, ho scoperto che non era proprio Bolgheri, era il Renaione, che nemmeno conosco. Questo romanzo è stato un po' così: una serie di promesse non mantenute.
Avevo letto che è un romanzo borghese, in realtà però è il romanzo di un borghese a cui i borghesi non piacciono e li riduce ad un elenco di oggetti che tengono insieme i genitori del protagonista, una coppia che forse si è amata in un tempo lontano, ma che passa il resto della vita a detestarsi, a litigare sottovoce, senza trovare il modo di lasciarsi. Una coppia che si contrappone a Marco, il protagonista, e Luisa, che si amano da sempre ma non stanno mai insieme, infatti, quando potrebbero, decidono di fare un voto di castità di cui non si capisce in nessun modo il senso. Marco è uno dei personaggi più irritanti, un uomo buono fino alla stupidità più estrema, con una famiglia segnata da una grande disgrazia, si porta dietro una certa difficoltà ad instaurare relazioni con le persone che lo circondano, a partire dall'amico dell'adolescenza per arrivare alla moglie. Bisogna aggiungere che i personaggi che lo circondano sono tutti abbastanza improbabili e stereotipati e che chiunque avrebbe difficoltà a relazionarsi con loro. Marco però è uno che riesce a chiudere un'email con «Abbraccio lo schermo» e già qui si rischia di chiudere il libro e di non riaprirlo.
L'unica persona con cui Marco riesce ad avere il rapporto più forte e profondo è l'amatissima nipote, l'ultimo essere umano che gli resta accanto. Una nipote che gli viene annunciata come l'uomo nuovo e poi - sorpresa - l'uomo nuovo è una donna. «Fisicamente, fioriva giorno dopo giorno di una bellezza inaudita, concepita fin lì soltanto per gli avatar dei videogiochi: più alta della sua età, slanciata, i capelli ricci e morbidissimi, la pelle marrone scuro, gli occhi a mandorla di un azzurro simile a quello del fondo di una piscina - pare davvero assemblata scegliendo tra le opzioni di un menu.» La nipote è quindi un personaggio ancora più improbabile degli altri, quella che ispira una dissertazione sulla battaglia tra verità e libertà che ruba la scena a quello che a me è sembrato l'unico tema davvero interessante del libro, l'interruzione volontaria della vita in presenza di una malattia incurabile. Ma il romanzo non parla di questo, è solo un tema sfiorato per altri scopi.
Non so quali siano i criteri per cui un libro arrivi a vincere lo Strega, contrariamente all'opinione comune, però, io ho apprezzato moltissimo alcuni libri che l'hanno vinto, soprattutto "Le menzogne della notte", ma anche "Vita" e uno dei più discussi, "La ferocia". Non riesco ad accostare a nessuno di questi "Il colibrì", né per l'incisività dei personaggi, né per l'originalità della trama o per il modo in cui viene raccontata. È una trama che si svolge infatti attraverso una serie di episodi raccontati alla rinfusa, senza un ordine cronologico ma senza nemmeno seguire il flusso di coscienza del protagonista. Il narratore resta infatti fortemente presente, a tratti uscendo prepotentemente allo scoperto, come quando racconta il momento più drammatico della vita di Marco chiamandolo «il nostro fratello Marco» e riducendo anche quel momento a una farsa che impedisce di "sentire" il dolore di Marco. La povertà di linguaggio è forse voluta, per rendere la storia una storia qualunque, di tutti i giorni, ma Veronesi, ad un certo punto, riesce persino ad infilarci la "resilienza" e qui esagera proprio.

lunedì 13 luglio 2020

L'Aleph - Jorge Luis Borges (trade. Tentori Montalto)


Non so perché abbia aspettato così tanto prima di leggere Borges. A frenarmi è stato sicuramente il fatto di doverlo leggere tradotto e quindi la consapevolezza di doverlo conoscere attraverso un velo che nasconde le sue scelte lessicali. Ma non è stato solo questo, perché in realtà leggo tantissimi libri tradotti. Forse sono stati una serie di fattori inconsci e di casualità, per cui alla fine ho scelto sempre qualche altro libro. Una delle cose piacevoli della letteratura però è che le lacune si colmano facilmente, basta iniziare a leggere. In questo caso c'è il rischio di non fermarsi più perché questi racconti trascinano nei labirinti dell'esistenza e spesso si deve tornare indietro a rileggere e ripensare quanto si è letto. Sono racconti separati, apparentemente slegati uno dall'altro, ma la sensazione è che raccontino la stessa storia, che siano diverse parti che compongono un gioco di identità che si frammentano, si cercano, si respingono e si ricompongono. Un gioco davanti al quale si resta sorpresi nello scoprire quello che forse si sapeva fin dall'inizio,
Credo che ci si debba tenere sempre un libro, un autore, da scoprire più tardi.

lunedì 29 giugno 2020

Françoise Sagan - Il tubino nero

«Ci vestiamo per spogliarci. Un abito è davvero un abito solo quando un uomo ha voglia di potervelo togliere.»


Ho scoperto stamattina, mentre facevo colazione, che questa frase di Françoise Sagan è stata alla base del litigio tra la Murgia e lo psicologo Morelli. È una frase che conosco bene perché è scritta sulla quarta di copertina di un piccolo libro, "Il tubino nero", una raccolta di articoli scritti per Vogue, che ho trovato anni fa alla Rizzoli. È una frase che adesso scopro essere stata definita superata e sessista. Sessista, riferito alla Sagan, ho dovuto rileggerlo un po' di volte, prima di rassegnarmi che era proprio vero. E forse qui bisognerebbe fare lo sforzo di andare oltre quella frase sulla quarta di copertina e leggere il libro, che è davvero breve, ma in cui c'è tantissimo. Soprattutto c'è lo sguardo ironico di una scrittrice che ha sempre raccontato la vita in modo leggero, ma proprio per questo terribilmente profondo. E anche questo libro, che parla di abiti, di moda, che è un gioco, parla in realtà della vita, del suo modo di vederla e di viverla. Soprattutto bisognerebbe leggere il capitolo sul riso, sull'incapacità di prendersi sul serio anche quando il successo di "Bonjour tristesse" la travolse, a diciotto anni («...la mia famiglia che, da quando avevo dodici anni, cambiava direzione nei corridoi vedendomi munita di fogli, perché leggevo le mie tragedie alla prima vittima abbastanza debole o abbastanza stanca da non evitarmi, la mia famiglia nel mio primo romanzo non vide altro che le mie fantasticherie  e i miei slanci intellettuali più recenti.» «Oggi so che senza la mia famiglia avrei forse acquisito una di quelle discrete ma infedettibili auto-ammirazioni che cullano certi autori...»). Forse allora si riuscirebbe a capire quanto ci siamo appesantiti e intristiti, quanto, senza saperlo, siamo diventati simili al suo personaggio più bello, Antoine, il protagonista de "La disfatta", nel momento in cui diventa un po' meno bello, un po' troppo compreso in se stesso, con «la tendenza ad ascoltarsi parlare.»

mercoledì 17 giugno 2020

Fernanda Pivano

Nel vortice iconoclasta di questi giorni, si è scoperto che a Milano non ci sono statue di donne. Pare che per qualcuno il s euesso delle statue sia molto importante e da qui è nata la proposta di una statua a Fernanda Pivano. Così, nello stupore, è emerso che in molti non sanno nemmeno chi fosse.
La notizia della sua morte mi raggiunse in un giorno d'agosto di undici anni fa su una spiaggia delle Baleari e mi lasciò un vuoto che il mare e la bella giornata di vacanza non riuscirono a colmare. Undici anni non sono tanti, eppure così poco è bastato perché ci si dimenticasse di lei, perché i giovani nemmeno sappiano chi fosse.
Fernanda Pivano aveva grandi occhi profondi e un sorriso contagioso, pieno di energia e amore per la vita, nonostante la vita non fosse stata sempre gentile con lei (e con chi lo è?).
Fu compagna di scuola di Primo Levi e Cesare Pavese uno dei suoi professori (supplente, in realtà). Anni dopo, quando lui morì, fu lei a scrivere alcune tra le parole più belle: «Quella sera aveva inghiottito la sua polvere assassina; nessuno di noi gliela aveva tolta dalle mani. Ci ha perdonato, ci ha chiesto perdono. Di che cosa, Pavese? Che cosa le avevo fatto, che cosa mi aveva fatto, che cosa ci aveva fatto dopo aver aiutato decine di scrittori a farsi conoscere, con quel suo viso tragico che aveva dimenticato il sorriso, quella sua vita segreta che non aveva svelato a nessuno, quella sua infinita conoscenza del mondo che non le è bastata per sopportarlo.»
Quando la Pivano chiese a Pavese la differenza tra la letteratura americana e quella inglese, lui le portò l'"Antologia di Spoon River" e lì scattò la scintilla.
Lei per prima intuì che la letteratura contemporanea, nel ventesimo secolo, sarebbe stata la letteratura americana, che l'America sarebbe stata il principale laboratorio di idee e di stili e che avrebbe influenzato tutto il resto del mondo.
È grazie a lei, al suo amore per la letteratura, alla sua gioia nel ritrovarvisi immersa, se in Italia sono arrivati e sono stati tradotti i libri di Hemingway, quelli della Beat Generation e alla fine anche quelli dei Brat Pack. Ma le dobbiamo anche i Diari, i suoi testi critici, delle bellissime poesie.
Io una statua della Pivano la vorrei perché sarebbe un monumento alla letteratura, alla commistione delle culture, alla sua voglia di amore. («Con molto dolore per i morti e per la tragedia devo dichiararmi perdente e sconfitta perche’ ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue», fu il suo commento dopo l'11 settembre 2001).
Vorre questa statua perché i giovani tornassero a conoscerla, visto che è stata davvero giovane per tutta la vita, anche quando era ormai vecchia, e credo che avrebbe davvero molto da dire anche a loro. Non vorrei però una statua solo perché serve la statua di una donna, una qualunque, anche sconosciuta. Perché una statua così non la vorrebbe nessuno e Fernanda Pivano non se la merita proprio.

martedì 9 giugno 2020

Milanesi per sempre - A. A. V. V.

Non ricordo di preciso quando ho comprato questo libro, ma a marzo avevo nostalgia della mia città, che guardavo dal balcone, e mi è venuta voglia di prenderlo dalla libreria.
L'ho intervallato con altre letture, lasciandolo anche per settimane sul comodino, perché a me non piace leggere i racconti tutti di seguito. Ci ho trovato la città che conosco e nella quale ho sempre vissuto, ma anche una città diversa, che non conoscevo.
Il primo racconto, "Come un'oasi", di Erica Arosio, mi è piaciuto molto e mi ha fatto venire voglia di andare a visitare Villa Necchi. Mi sono infastidita invece nel leggere "a corso Lodi" nel racconto di Ileana Luongo, la curatrice della raccolta, anche se è normale, in un libro di racconti, che ci siano alti e bassi. Qui, più che bassi, ho trovato qualche ingenuità, qualche storia a cui mancava lo slancio. Ho girato però per le vie della città, avanti e indietro nel tempo, e, grazie al racconto di Geraldine Meyer, sono tornata in corso San Gottardo negli anni Settanta, proprio quando ci abitava mia zia, e mi sono ricordata della Upim, nella quale l'autrice non entrava e io invece sì, ci entravo e mi stupivo che fosse come quella vicino a dove abitavo io. E poi ad un certo punto, inseguendo Davide Grassi nel suo racconto "Milano, i luoghi del rock", mi sono trovata di nuovo a casa mia, nel passato della mia casa, prima che ci arrivassimo noi.

domenica 7 giugno 2020

Il bottone di Puškin - Serena Vitale

«... La Russia ha appena perso l'uomo di maggior rilievo della sua letteratura, il più celebre poeta che abbia avuto, il signor Alexandre Pouschkin. È morto all'età di 37 anni, all'apice della carriera, in seguito a una grave ferita ricevuta in duello. I particolari di questa sciagura, che il defunto ha malauguratamente provocato egli stesso con una cecità e una sorta di odio frenetico degni della sua origine moresca, costituiscono da qualche giorno l'unico argomento di conversazione della capitale. Si è battuto con suo cognato, il signor Georges de Heeckeren, francese di nascita, figlio adottivo del ministro d'Olanda barone Heeckeren, questi, che precedentemente si chiamava d'Antés, era ufficiale degli "chevaliers gardes" e aveva da poco sposato la sorella della signora Pouschkin... »
Maximilian von Lerchenfeld-Köfering, ambasciatore del regno di Baviera, 29 gennaio 1937.

Un post di ieri sulla giornata della lingua russa mi ha fatto ripensare a "Il bottone di Puškin" di Serena Vitale, che ho letto una decina di anni fa. Prima di leggerlo mi era capitato spesso di ripensare a Puškin che entrava in una pasticceria, beveva una spremuta di limone, poi si dirigeva verso il suo destino, nel luogo convenuto per il duello. Sapeva che sarebbe morto, oppure sperava di salvarsi? 
La Vitale ricostruisce la vicenda sulla base di lettere, memorie, rapporti della polizia segreta, facendo emergere, oltre alle figure di Puškin e d'Antés, una società fastosa, sfavillante, frivola, ma popolata anche da personaggi intriganti e potenti, da esseri invidiosi e da spie. È la stessa società che pochi anni più tardi sarà accusata da Lermontov di aver assassinato il più grande poeta russo, ma anche Lermontov morí in un duello, aveva appena ventisei anni e fu un duello assurdamente e incredibilmente simile a quello che proprio lui aveva raccontato in "Un eroe del nostro tempo". Puškin fu "il principio del principio", il punto di svolta della letteratura russa, che dopo di lui abbandonò il binario secondario sul quale era incanalata.
Mi piace pensare che qualcosa di Puškin sia arrivato anche alla Némirovsky, che pensò un po' al suo "sangue africano" quando scrisse "Il calore del sangue". Lo stesso sangue che Maximilian von Lerchenfeld-Köfering individuò come la causa della morte "dell'uomo di maggior rilievo della letteratura russa".

sabato 16 maggio 2020

1912+1 - Leonardo Sciascia

Questa della «immaturità» degli italiani a fruire di certe libertà, e in definitiva della libertà, è amena e al tempo stesso penosa opinione, se dai vertici che la pronunciano scende a trovar largo consenso alla base.

Il titolo parte da una dedica di D'Annunzio che, per superstizione, volle evitare di scrivere 1913.  In quell'anno, che alla fine fu tutt'altro che sfortunato per D'Annunzio, la contessa Maria Teresa Tiepolo, moglie del capitano Ferruccio Oggioni, uccise con un colpo di pistola l'attendente del marito, Quintilio Polimanti.
La vicenda e il successivo processo appassionano l'opinione pubblica e rimandano a "L'amante di Lady Chatterley" di Lawrence per il rapporto ambiguo (ma neanche tanto) tra la contessa e l'attendente. L'esito del processo è forse scontato fin dall'inizio, per la diversa condizione sociale dell'imputata e della vittima, ma emerge anche che "nonostante l'indulgenza del codice verso il delitto d'onore e la severità verso la violenza carnale, quando un avvocato si trovasse a difendere una donna che per onore aveva ucciso o a sostenere le ragioni di una violentata contro il violentatore, remore o incertezze facevano peso." Persino nell'arringa appassionata e incondizionata dell'avvocato della difesa traspare infatti l'opinione ricorrente "che la donna fosse colpevole della violenza di cui era diventata oggetto."
Ad appassionare l'opinione pubblica era poi anche la questione della bellezza dell'imputata, questione che spinse molte altre donne a mandare lettere a tutti coloro che erano coinvolti nel processo: "l'assolveranno perché è bella, l'assolverete perché è bella. Il desiderio, l'aspirazione a veder realizzata la giustizia, consiste dunque nel contrario: deve essere condannata perché è bella." Da un lato la bellezza dell'imputata spingeva infatti gli uomini a giudizi più miti, d'altra parte però "alla loro ombrosa e pervicace nozione dell'onore familiare, al loro eleggersene custodi, e insomma alla loro gelosia, in una sentenza di condanna avrebbero trovato conforto per sé e ammonizione per le loro mogli, figlie, cognate e cugine."
Il racconto del processo Tiepolo si rivela quindi anche il racconto di un paese che in fondo è rimasto sempre lo stesso.

domenica 10 maggio 2020

Chicago - David Mamet

Finalmente mi sono decisa a leggerlo, dopo due anni che stava sul comodino. Ho approfittato di questo periodo a casa, perché da portare in giro nella borsa era scomodo, ma poi forse perché non era ancora arrivato il momento giusto.
David Mamet l'ho scoperto quasi trent'anni fa, quando ho visto Oleanna. È stata la scoperta di un grande autore, anche se non molto prolifico, visto che Chicago è arrivato più o meno vent'anni dopo il suo ultimo romanzo.
Le atmosfere sono le stesse degli Intoccabili, quelle un po' fumose di una città spartita tra diverse bande, sulla quale incombe l'ombra di Al Capone. La storia è semplice, quella del giornalista, veterano di guerra, Mike Hodge, che cerca disperatamente di scoprire chi e quali motivi si nascondano dietro l'omicidio della sua ragazza, Annie Walsh. È però soprattutto un romanzo costruito sui dialoghi, che delineano i personaggi e i loro tratti, con chiaroscuri cinematografici.

domenica 29 marzo 2020

Prima di noi - Giorgio Fontana

La letteratura italiana, dal secondo Novecento a oggi, è ricca di storie familiari, che, partendo dalle guerre, raccontano le varie generazioni, fino ad arrivare ai giorni nostri. Sono romanzi in cui la storia del nostro paese si mescola con quella dei personaggi, diventando quasi una cosa sola, e nello stesso tempo la sentiamo anche un po' parte della nostra storia personale, di quello che abbiamo vissuto, di quello che ci hanno raccontato i nostri nonni e genitori.
Alla lunga questi romanzi mi hanno un po' stancato, perché non riescono a superare il loro ordine cronologico e perché si assomigliano un po' tutti. Eppure è un genere così strettamente italiano per quello che racconta e per il modo in cui lo racconta, che sono sempre attirata. Il libro di Fontana è poi scritto bene e i personaggi sono realistici, con i loro difetti e i loro sogni incompiuti. È un romanzo che parte dal Friuli e arriva a Milano, restando sempre confinato verso la provincia, guardando da lontano una città della quale i personaggi non riescono mai del tutto a fare parte, come non riescono mai del tutto a far parte della loro stessa vita, a realizzare i loro sogni, a diventare le persone che vorrebbero.

venerdì 13 marzo 2020

Pietro e Paolo - Marcello Fois

Credevo che il periodo e tutto questo incitamento a restare a casa a leggere (come se ci volesse il coronavirus per leggere) mi avessero fatto passare la voglia. Credevo.
Invece, appena l'ho aperto mi sono ritrovata immersa nella scrittura di Fois e nelle vicende di Pietro e Paolo. Una scrittura forte e secca, come la storia che racconta, come la terra che descrive. Una scrittura che fa correre alla pagina successiva, per poi tornare indietro e ritrovare quelle parole, quelle descrizioni.
Al centro c'è l'ultimo incontro tra "l'eroe storpio cittadino", il viziato e lacrimoso Paolo, e il suo amico di un tempo, Pietro, "ladro e disertore", che tutti credevano morto. Un'amicizia fraterna anche se non alla pari, che emerge lentamente, tra i ricordi e le immagini di un passato che si sovrappone al presente, come il legame di una promessa, la possibilità di un tradimento.

venerdì 21 febbraio 2020

Il treno per Istanbul - Graham Greene

Qualche volta mi sono aggirata intorno ai libri di Graham Greene, ma non avevo mai letto nulla. Poi a Natale un'amica mi ha regalato "Il treno per Istanbul", e allora è arrivato il momento di scoprirlo. Sicuramente leggerò altri suoi libri in futuro perché mi è piaciuto lo sguardo distante e ironico con cui guarda i suoi personaggi. Sono personaggi molto distanti e diversi tra loro, quelli che si ritrovano a condividere il viaggio. Ognuno ha una storia diversa e obiettivi diversi li hanno portati a intraprendere il viaggio. "Il treno per Istanbul" è un romanzo corale, uno spaccato dell'umanità del dopoguerra, un'umanità un po' ammaccata, che cerca di rimettersi in piedi, nonostante tutto. Il sottotitolo è "Un divertimento", in realtà però anche le scene più comiche lasciano un sapore amaro, un senso di delusione e di sconfitta, a cui i personaggi si adattano forse meglio del lettore, perché loro, in fondo, l'avevano già messo in conto.

sabato 1 febbraio 2020

I giorni del giudizio - Giampaolo Simi

Quando esce un libro di Simi devo assolutamente leggerlo perché mi piace il suo modo di scrivere e ogni tanto ho bisogno proprio di quella scrittura, di quelle parole. Anche questa volta il libro mi ha travolto con una storia in cui non vedevo l'ora di immergermi, appena avevo un momento libero.
Il romanzo inizia con un duplice, efferato omicidio e un presunto colpevole. Le varie fasi del processo e delle indagini vengono raccontate attraverso i diversi punti di vista dei giudici popolari, sei cittadini qualunque, ognuno con la propria storia e i propri problemi, un gruppo di persone molto lontane tra loro, messe insieme per caso. E più del processo, più della curiosità di scoprire il mistero dei due omicidi, erano proprio i giudici popolari ad interessarmi. Avevo voglia di leggere per stare in mezzo a loro, per sentire le loro voci, per sapere di più sulle loro vite, su quello che li aveva portati a diventare quello che erano.
Alla fine ho imparato qualcosa anche sullo svolgimento di un processo ma non so se siano più le cose che mi rassicurano o quelle che mi inquietano. Perché i giudici popolari sanno di non essere all'altezza, di essere un gruppo di dilettanti. Eppure ognuno di loro cerca di capire,  ma si avventura nella mente delle vittime e dell'imputato, ne ripercorre i gesti, partendo e arrivando sempre a se stesso.
Il finale mi ha lasciato un'amarezza che non so se sia più legata alla conclusione della vicenda, o alla malinconia di staccarmi dai personaggi.
Ho iniziato dicendo che mi piace la scrittura di Simi, devo dire che mi piace anche il ritmo che sa dare al racconto, i tempi perfetti con cui presenta gli avvenimenti. Mi ha però infastidito l'insistenza di usare sempre il pronome "gli" come se fosse l'unico, quello con cui si possono sostituire tutti gli altri ("... tante villette che la gente ha tirato su un po' come gli pareva..." "Iris si ricorda di quando gli piombò in biblioteca..."). Un'insistenza che non può essere una svista (e che sarebbe molto grave per una casa editrice come Sellerio), ma che sembra invece una scelta precisa, una di quelle trascuratezze un po' snob, che però snob non riescono a essere.

domenica 19 gennaio 2020

My life as a rat - Joyce Carol Oates

Joyce Carol Oates scrive tantissimo e sfortunatamente alcuni tra i suoi libri più belli non sono stati tradotti in italiano. Non so quale sarà il destino di questo romanzo, uscito la scorsa primavera, ma so che è uno dei suoi migliori. La Oates infatti dà il meglio quando esplora la complessità dei rapporti familiari, la difficoltà delle loro dinamiche, le incomprensioni e i rancori che serpeggiano tra persone che vivono sotto lo stesso tetto.
La protagonista qui è Violet Rue, l'ultima nata in una famiglia numerosa, che ruota attorno alla figura carismatica del padre, un uomo forte e ancora bello, orgoglioso dei suoi sette figli, della casa che ha dato alla sua famiglia, incurante delle ragnatele di vene che percorrono le gambe di sua moglie, del suo corpo sformato dalle troppe gravidanze, perché fuori casa trova la giovinezza e la bellezza che lei ormai ha perso. 
Violet ama suo padre e soprattutto ama i due fratelli maggiori, ma una notte un ragazzo nero viene ucciso, mentre torna a casa in bicicletta. Gli indizi portano ai due fratelli, a quello che Violet ha visto quella notte. Basta poco per rompere il patto di sangue, il tacito muro di silenzio e protezione che ha creato il padre. Violet si ritrova fuori dalla famiglia, rifiutata dalle persone che più ama ma che ha tradito. Un topo, una spia. Il romanzo è la storia del suo vagare da una città all'altra, da una scuola all'altra, da un uomo sbagliato all'altro, con il solo pensiero di tornare a casa, senza poterlo fare.
È un romanzo duro, che parla di rapporti ruvidi, di un'infanzia violata, di una ragazza che non riesce a liberarsi dal retaggio di una famiglia che l'ha estromessa. Una famiglia spezzata e dilaniata dalle bugie, dai debiti, dal rancore. Perché forse non basta avere lo stesso cognome e gli stessi genitori per essere davvero fratelli.

domenica 5 gennaio 2020

Trilogia di New York - Paul Auster

L'avevo comprato parecchi anni fa e dimenticato sulla libreria. Se non fosse stato scelto per la lettura condivisa di LLC, probabilmente sarebbe rimasto lì ancora a lungo. Invece, appena l'ho iniziato, l'ho divorato. Un grande libro, che non so perché non abbia letto prima. Mi sono piaciuti il mistero che avvolge i personaggi, le atmosfere in chiaroscuro di una New York sospesa nel tempo, il gioco delle identità, l'identificazione dell'investitore con l'investigato, fino alla perdita della sua propria vita, per replicare quella dell'altro, per essere trascinato in una spirale in cui le regole sono stabilite da chi in realtà dovrebbe fuggire. Sono tre racconti che esprimono tre diversi modi di raccontare la stessa storia, racconti in cui si incrociano diverse suggestioni letterarie, da Thoreau a Poe.