martedì 27 marzo 2018

Irène Némirovsky


Era il 2010 ed ero con mia sorella nella nostra libreria preferita, la Mondadori di corso Vittorio Emanuele, le ex Messaggerie Musicali, adesso Mango, quando lei ha sorriso in direzione di uno scaffale e ha preso un libro con la copertina marrone: si intitolava "I cani e i lupi".
- Un altro libro della Némirovsky! - ha esclamato felice.
- Chi è? - ho chiesto. Il nome ostrogoteggiante non mi diceva niente, se non che forse quell'autore era russo, ma io, che pure di autori russi ne conosco parecchi, non ne avevo mai sentito parlare.
- Irène Némirovsky, - ha detto lei mostrandomi il nome sulla copertina. - Mi piace tantissimo.
Sarà, ho pensato mentre la accompagnavo alla cassa a pagare.
Ci è voluto qualche mese e la lettura della quarta di copertina di alcuni libri, prima che mi venisse la curiosità di leggere quella strana scrittrice, di cui non avevo mai sentito parlare ma che era morta nel 1942, quando l'olocausto compì un doppio crimine: verso di lei e la sua povera vita ancora giovane, e verso di noi, per averci privato delle sue opere.
Per fortuna, però, prima di morire ad Auschwitz, la Némirovsy fece in tempo a scrivere molti romanzi e racconti e io iniziai leggendo "Il calore del sangue".
Il libro era piccolo, un formato comodissimo da portare nella borsa e leggere sulla metropolitana nel tragitto verso l'ufficio. Lo lessi in un giorno e mezzo, senza quasi riuscire a staccarmi e facendolo malvolentieri, quando proprio non potevo evitare. Lo trovai bellissimo, una storia appassionante e scritta in modo avvincente. Leggevo e per il resto del tempo mi ripetevo le frasi che avevo letto, ripensavo alle scene del breve romanzo, soprattutto quella in cui il protagonista entra nella locanda e vede la propria immagine riflessa nello specchio. Una scena molto simile a quella di un racconto di Maupassant. Direi che c'è molto di Maupassant in questo breve romanzo, che forse è il romanzo più francese della Némirovsky. Ci sono libri che ci piacciono e ci sono libri di cui intuiamo la grandezza anche se non ci appassionano particolarmente. E poi ci sono libri che ci entrano dentro e con loro ci entrano dentro i loro autori. Perché forse, in realtà, questi libri erano già in noi, nascosti da qualche parte, e bastava soltanto che qualcuno ci aiutasse a trovarli. "Il calore del sangue" è un racconto delicato, eppure forte, di tutto quello che è sepolto dentro di noi. È il racconto di qualcosa che è successo molto tempo fa, quando eravamo persone diverse, quando il nostro sangue caldo ci ha fatto fare qualcosa che ora vorremmo non aver fatto. Qualcosa che abbiamo tentato di dimenticare e di nascondere e che invece è rimasto dentro di noi, perché in fondo è la nostra parte più vera e più autentica.
Per tutto il tempo della lettura, pensai a pochissime altre cose al di fuori del libro e, quando lo finii, provai un forte senso di malinconia, un po' per lo sviluppo della vicenda, un po' per la tristezza di averlo finito, un po' per il senso di amarezza che lascia il bellissimo finale, che arriva inaspettato. Ma mi restò la certezza che della Némirovsky avrei letto tutto.
Ho detto che "Il calore del sangue" è il più francese dei suoi romanzi, la Francia infatti è il paese in cui si stabilì con i genitori dopo la fuga dalla Russia, e il francese la lingua in cui scelse di scrivere i suoi libri. La complessità del rapporto con questo paese, che pure sentiva suo, ma che non era realmente suo, fa emergere il paradosso ebraico, che la collega ad Heine, a Kafka e allo stesso Roth. Il paradosso sintetizzato dalla battuta di Marcel Reich-Ranicki: "Sono tedesco al 50%, polacco al 50% e ebreo al 100%".
Il rapporto con la Francia è il cardine di "Suite francese", il romanzo che doveva essere il suo "Guerra e pace", concepito come un'opera monumentale e che restò purtroppo incompiuto, ritrovato anni dopo la sua morte, nella valigia che aveva affidato alle figlie, composto soltanto delle prime due parti, molto diverse tra loro e quasi slegate. Il labile filo che le unisce è la guerra, rappresentata attraverso un romanzo corale nella prima parte, quella  della fuga dei francesi dalle città, in cui la scrittrice osserva la loro frenesia, le loro paure, le vigliaccherie e i gesti di coraggio. E' qui che sente di appartenere e non appartenere al paese che ha scelto e che in qualche  modo sta iniziando a respingerla. La seconda parte è quella che invece ha ispirato il film ed è piuttosto curioso perché, dagli appunti della Némirovsky, l'amore tra Lucille e l'occupante tedesco Bruno avrebbe dovuto restare marginale sia per il romanzo che per la vita di Lucille stessa, destinata invece all'"amore vero" con Jean Marie.
Ma fa un certo effetto leggere queste pagine, conoscere la sua vita, e notare come la Némirovsky sia riuscita a spogliare i soldati tedeschi delle uniformi nemiche e a guardare i ragazzi, sradicati dalle loro case, allontanati dalle loro vite e mandati a combattere una guerra che forse non comprendevano. In queste pagine la Némirovsky ha visto quegli stessi ragazzi di cui, pochi anni più tardi, avrebbero parlato Böll e Lenz. Ha capito i soldati, gli uomini, ma non ha capito la guerra. O forse non ha voluto rendersi conto che lei, in quel paese, che ormai era il suo paese, era in pericolo in quanto straniera.
Oppure era restia a lasciare la Francia perché già una volta aveva dovuto lasciare il suo paese e il racconto della fuga, con un breve soggiorno in Finlandia, si trova ne "Il vino della solitudine", uno dei suoi romanzi più belli e più amari. Ma, nonostante si sentisse francese, non ruppe mai il legame con la letteratura russa, che, alla fine, restò la sua vera patria. I suoi libri, infatti, pur essendo scritti in francese, rivelano il legame strettissimo con i grandi scrittori russi. Soprattutto, in ogni sua pagina, traspare l'influenza di Cechov, di cui, con la Berberova, è l'ultima erede. Entrambe infatti, come Cechov, privilegiano la forma breve che, come per il grande autore, è quella più congeniale ai loro racconti, basati sull'ironia delicata e un po' amara con cui vengono guardati i personaggi e le loro vicende. Come nella raccolta di racconti "Domenica", in cui un'umanità un po' sfatta e senza più ideali, si lascia vivere tra le due guerre. In questi racconti è forte il contrasto tra la rassegnazione dei personaggi, il loro senso di sconfitta, e una scrittura pulita e precisa.
A Cechov la Némirovsky dedicò un saggio che può essere visto forse come un omaggio o una dichiarazione d'amore assoluto. È una biografia romanzata da cui Cechov esce come un uomo mite e semplice, umile e di buon carattere. Un medico attento, anche se tormentato dalla propria salute cagionevole. È una vita semplice, quella che si delinea in questo saggio, al punto che viene da chiedersi come abbia avuto modo di conoscere così bene le sfumature dei rapporti umani, lui, uno che se ne intendeva di mogli e di amanti, ma che si sposò soltanto alla fine. Forse restano fuori da questo saggio proprio le pagine in cui il "calore del sangue" ha preso il sopravvento, quelle pagine della vita dello scrittore che non conosceremo mai.
Quello che invece resta unico e centrale nell'opera della Némirovsky è la figura della madre. Una madre, la sua, egoista e presa da se stessa e dalla propria bellezza, ossessionata dal passare del tempo e che, proprio per questo, vedeva nella figlia una nemica, una minaccia, un promemoria vivente della sua età. Una madre che tentò quindi il più possibile di respingerla nell'infanzia, per nascondere al mondo la prova del suo inevitabile invecchiamento.
“Non ho paura della vita. Sono soltanto gli anni di apprendistato. Sono stati eccezionalmente duri, ma hanno temprato il mio coraggio e il mio orgoglio. Tutto questo è mio, è la mia ricchezza inalienabile. Sono sola, ma la mia solitudine è aspra e inebriante”.
Nelle parole di Hélène ne "Il vino della solitudine" è facile ritrovare l'autrice e il suo rapporto difficile con una madre che non seppe amarla. Così come è facile ritrovare il rapporto complicato, fatto di cattiverie e dispetti, ne "Il ballo", breve romanzo, o racconto lungo, storia della perfidia di un rapporto irrisolto. "Il ballo" è una delle opere più famose della Némirovsky e forse quella che meglio la rappresenta e che meglio aiuta a comprendere le sfumature di questo rapporto complicato. Sfumature che sono state colte interamente e con grande sensibilità da Sonia Bergamasco nello spettacolo teatrale che ne ha tratto.
È però forse "Jezabel" il romanzo in cui più ferocemente viene attaccata la madre, quello che ne mostra in modo più crudo le bassezze, l'egoismo, l'ossessione per la propria bellezza e i tentativi patetici di contrastare il passare del tempo. Ma anche la tristezza della solitudine, l'aridità di una vita che non ha saputo andare oltre se stessa, che non ha saputo amare altro che se stessa. 
“Ci resta sempre in fondo al cuore il rimpianto di un’ora, di un’estate, di un fuggevole istante in cui la giovinezza si schiude come una gemma.”
Un regolamento di conti? O forse uno spunto per un romanzo di straordinaria modernità, molto attuale ancora oggi? 
Un romanzo che Fanny, la madre, conserverà chiuso nella cassaforte fino alla morte, insieme ad altri scritti della figlia. Di Fanny parlerà ancora Élisabeth Gilles, la figlia di Iréne, per raccontare il momento terribile in cui, al termine della guerra, venne accompagnata con la sorella Denise a casa della nonna. "Io non ho nipoti", rispose la donna senza lasciarle entrare, aggiungendo che c'erano i sanatori per i bambini poveri malati di pleurite come Denise.
Mirador è il romanzo scritto da Élisabeth, la figlia di Irène, con l'aiuto della sorella Denise, la quale, in "Sopravvivere e vivere" racconta il lavoro di ricerca intrapreso sulle tracce di una madre che non avevano avuto il tempo di conoscere. Un lavoro che portò anche le due sorelle a frequentarsi, conoscersi, riscoprire un rapporto interrotto. Perché quella famiglia felice, che appare nelle foto, venne distrutta  un giorno dall'arrivo dei gendarmi che portarono via la madre.
"Siamo ridiscese dopo qualche minuto per salutare la mamma che partiva per un viaggio... Ci siamo tenuti tutti per mano per rispettare la vecchia usanza russa di restare un minuto in silenzio quando qualcuno lascia i familiari per partire da solo... Non ci sono state lacrime... appena qualche parola per raccomandarci di comportarci bene. Non sapevo che sarebbe stato un viaggio senza ritorno."
Probabilmente nemmeno la madre, Irène Némirovsky, lo sapeva, visto che poco tempo dopo scriveva al marito che non pensava sarebbe stata una faccenda lunga. Entrambe le figlie sembrano rimproverarle questa fiducia nel fatto che non sarebbe successo niente, il suo sentirsi al riparo in quello che, pochi anni prima, aveva definito "il paese più bello del mondo". Dalla gendarmeria di Toulon-sur-Arroux infatti faceva sapere di sentirsi calma e forte. Sono strazianti i racconti delle figlie, delle loro attese alla stazione, guardando quei treni dai quali i loro genitori non sarebbero mai scesi.
Ma quando ripenso a questi rapporti interrotti, o quando vedo le foto di Irène al mare che gioca con le figlie, mi viene in mente il suo primo romanzo, "Il malinteso", quello che, dopo "Il calore del sangue", considero il migliore. La protagonista si chiama infatti Denise, il nome che Irène sceglierà per sua figlia, tre anni dopo la pubblicazione del romanzo. È poi questo l'unico suo romanzo con una madre positiva, una madre ancora giovane e bella, ma che cerca di trasmettere alla figlia ciò che ha imparato dalla vita. Quello in cui l'influenza di Cechov è forse più forte nella descrizione degli equivoci che muovono le azioni dei personaggi, in cui il suo sguardo è più sferzante e ironico, e più forte il botto con cui le illusioni e i sogni dei protagonisti si infrangono contro la realtà.
Se "Il malinteso" fu il primo romanzo della Némirovsky, "David Golder" fu invece quello che le diede il successo, la prima pubblicazione. Pare infatti che l'editore Grasset, dopo aver letto il manoscritto, mise un'inserzione su un giornale per rintracciare l'autore e, quando si ritrovò davanti una donna, giovane ed elegante, restò perplesso, dapprima, non volle credere che, proprio lei, avesse scritto un romanzo tanto crudele e spietato. È infatti la storia della vita arida di un ricco banchiere ebreo, della sua corsa verso una ricchezza con la quale credeva di poter comprare qualsiasi cosa, inclusi l'affetto e l'amore di una famiglia. È facile riconoscere, nel banchiere ebreo, il padre di Irène e, nella moglie arrivista e infedele, la solita Fanny. Mentre leggevo, però, a distanza di una ventina d'anni, mi è sembrato di rivedere l'immagine, ormai sbiadita, del "Foma Gordeev" di Gorki. Sono molte infatti le similitudini tra le parabole dei due protagonisti, le loro solitudini, le loro sconfitte. Un altro regolamento di conti? La letteratura russa che, ancora, torna? 
Indubbiamente "David Golder" contribuì ad alimentare il sospetto di antisemitismo che ogni tanto affiora intorno alla figura della Némirovsky, anche se credo che si debba dare ragione alla figlia Denise: leggiamo "David Golder" con il senno di poi, del dopo olocausto, senza contestualizzarlo: "più che una manifestazione di antisemitismo, una critica sociale dell'ambiente che aveva conosciuto e odiato".
In fondo non è molto diverso da quando un esterrefatto Philip Roth si vide accusare di antisemitismo all'uscita di "Goodbye Columbus". E non molto lontano dalle tematiche di Phillip Roth e della letteratura contemporanea è soprattutto "Il signore delle anime", uno dei romanzi più belli della Némirovsky, con uno tra i personaggi più complessi e controversi, il levantino Dario Asfar, un ciarlatano che riuscirà a farsi strada nel mondo, ma che non riuscirà a sfuggire a se stesso e alla sua natura. "Io credo che esista una fatalità, una maledizione. Credo che il mio destino era di essere un mascalzone, un ciarlatano ... Non si sfugge al proprio destino."
Proprio "Il signore delle anime" venne pubblicato a puntate sulla rivista Gringoire. Rivista che era fortemente schierata da una certa parte politica, il che porta a volte a rafforzare quell'idea di antisemitismo della Némirovsky, di odio verso se stessa e le proprie origini. È però vero che le riviste letterarie del tempo, come Comoedia, Candide e Nouvelles littéraires, avevano un po' tutte lo stesso atteggiamento e, accanto alla politica, pubblicavano racconti di altri grandi autori, tra cui uno scrittore ebreo le cui opere, come quelle della Némirovsky, sono state cancellate dalla furia nazista ma sono tornate a vivere, molti anni dopo  la sua morte, grazie alla loro straordinaria modernità: Stefan Zweig.
Tra il 2010 e il 2013 ho letto tutti i libri della Némirovsky, divorandoli in modo bulimico, appena mi capitavano tra le mani, in francese o tradotti in italiano. Adesso, dopo averli ripresi, dopo averne rilette alcune parti, credo che avrei dovuto diluirli nel tempo, lasciarne qualcuno per gli anni a venire. Solo adesso infatti mi rendo conto di quanto sia complessa e articolata la sua opera, che intreccia la letteratura classica russa con quella contemporanea occidentale. Ci sarebbero molti altri romanzi di cui parlare, che offrirebbero nuovi spunti di discussione. Soprattutto meriterebbe maggiore spazio "Due", il romanzo che mette in scena il dramma del matrimonio, quello che la figlia Élisabeth racconta di aver letto avidamente e di nascosto. Il romanzo nel quale Liliane Studer, in uno dei tanti articoli che dedicò alla Némirovsky sulla Faz, vide il matrimonio come una metafora della guerra, il campo di battaglia di una generazione, quella tra le due guerre, che aveva perso ogni ideale, ma anche la capacità di instaurare delle relazioni autentiche e durature. Un romanzo all'apparenza banale, come apparentemente banale è la quotidianità borghese, la facciata dietro la quale si sgretolano le illusioni e si consumano i drammi peggiori.