martedì 11 novembre 2014

Heinrich Heine

Ci sono libri che rendono felici solo per il fatto di stare nella borsa e aspettare il momento in cui avremo tempo di leggerli. Ed è così anche se è lunedì e ti sei svegliata alle 6.30 e piove a dirotto.
In effetti è stato in un tardo pomeriggio d'autunno che ho incontrato Heinrich Heine. Era l'anno della maturità, circa dodici mesi prima della caduta del muro di Berlino, quando la Germania era ancora divisa in due, e dalle pagine del libro di letteratura tedesca apparve il poeta di Düsseldorf, ugualmente detestato e volutamente ignorato da entrambe le parti.
Eppure quella sera, mentre leggevo la sua vita, le sue poesie, i suoi aforismi, mi parve talmente vicino a me e alla malinconia dell'autunno che mai più sarei riuscita a liberarmi di lui. Heine per me è la quintessenza della letteratura. È noto soprattutto come poeta, perché le poesie sono riuscite in qualche modo a sfuggire alla damnatio memoriae operata dai suoi connazionali, ma è stato anche scrittore, giornalista, saggista, critico. Non c'è ramo della letteratura in cui non abbia prestato il suo contributo, con la ricchezza della sua arte, pervasa di delusione, amarezza, ma sempre ironica e capace di strappare un sorriso nel momento in cui il lettore meno se l'aspetta.
Per qualche tempo girai per le librerie cercando i suoi libri. Mi andava bene qualsiasi cosa, volevo soltanto andare oltre i brani riportati sui libri di letteratura. Ma i commessi delle librerie mi guardavano perplessi. Non conoscevano quel nome, anche se apparteneva ad un poeta paragonabile a Goethe. "Con l'eccezione di Goethe," scrive Marcel Reich Ranicki, "a nessun singolo lirico tedesco è toccata una popolarità anche solo approssimativamente vasta quanto la sua".
Poi finalmente un giorno, per caso, mi ritrovai davanti "Notti fiorentine". Frammento, racconto in prosa che forse più di ogni altro rappresenta il suo autore, mescolando aspetti onirici e gotici a cronache della vita del tempo. L'ho riletto in questi giorni, insieme a "Memorie di Schnabelewopski", perché cercavo una citazione, perché era passato tanto tempo, o forse, semplicemente, perché rileggere i suoi scritti è sempre come leggere qualcosa di nuovo. Perché Heine è soprattutto l'autore dei contrasti, la cui arte è impossibile da definire, tanto che Laura Mancinelli dà la colpa a questa complessità della sua opera se su di lui è caduto un macigno di silenzio. Eppure credo che nessun autore abbia saputo farsi amare così tanto e trasmettere altrettante emozioni attraverso il tempo. "L'ho sentito al mio fianco alla stregua di mio contemporaneo e alleato, di amico geniale, anche se talvolta un po' inaffidabile," scrive ancora Marcel Reich Ranicki. È successo a lui, a Sissi e anche a me.

giovedì 22 maggio 2014

La gita delle ragazze morte

Ero alla Mondadori con mia sorella, quando per caso l'ho visto. "Un libro allegro," ha commentato mia sorella. Il titolo in effetti è macabro, ma non me ne importava niente, nemmeno avevo mai sentito nominare questo racconto, soltanto ero interessata a lei: Anna Seghers, un'autrice a cui non avevo mai prestato molta attenzione, preferendo la sua amica Christa Wolf. Per anni infatti mi ero imbattuta nella sua foto sul libro di letteratura tedesca, senza che mi venisse voglia di approfondire la scrittrice marxista che mi guardava, con i capelli raccolti sulla nuca. La stessa scrittrice che, con la stessa pettinatura, ma i capelli completamente bianchi, parlava con Thomas Mann qualche pagina più in là.
Poi qualche mese fa ho letto "La mia vita" di Marcel Reich-Ranicki e Anna Seghers, per la prima volta, ha iniziato ad incuriosirmi. A suscitare la mia curiosità non è stato tanto il racconto di MRR che leggeva appassionatamente "La settima croce" nel carcere di Varsavia, quanto l'aneddoto del suo successivo incontro con la Seghers, quando lei respinse i suoi complimenti, sostenendo di aver ricalcato la struttura de "I promessi sposi". Il grande critico lesse allora il romanzo italiano e, non trovando nessuna attinenza, concluse che gli scrittori capiscono la letteratura quanto gli uccelli l'ornitologia.
In mancanza de "La settima croce", mi sono per il momento accontentata di questo breve racconto, che è anche uno dei rari testi autobiografici della Seghers. L'edizione Marsilio ha poi il vantaggio del testo originale a fronte.
La traduzione italiana di Rita Calabrese è ottima e non altera il ritmo della prosa originale, nonostante la Calabrese avverta nella prefazione riguardo l'impossibilità di rendere alcune sfumature. La patria della Seghers, per esempio, è Heimat, il che costituisce una presa di distanza dal termine "nazista" Vaterland.
Il racconto è breve, eppure denso e ricco di personaggi. L'autrice li osserva con malinconia per quel giorno lontano, in cui i loro problemi erano gli stessi di tutti gli adolescenti e il loro mondo era ancora intatto, il loro paese indiviso. Con stupore si chiede poi come sia possibile che il loro futuro sia stato proprio quello.
Su tutte le ragazze, spiccano Marianne e Leni, amiche come "vere sorelle", ma che poi si troveranno su fronti opposti. Ci sono ragazzi che solo qualche anno dopo cadranno in guerra, ma a loro verrà risparmiato il destino dei sopravvissuti, che saranno costretti ad esporre la bandiera con la svastica per non perdere un impiego statale.
C'è Nora, felice di sedere accanto all'insegnante prediletta, cui in seguito intimerà di alzarsi da una panchina perché vietata agli ebrei.
E sullo sfondo la narratrice, la timida Netty Reiling, non ancora Anna Seghers. Una ragazza brava a scrivere e ad osservare la vita intorno a lei, fino al dramma che toccherà la sua famiglia. Con il tempo Netty è scomparsa, ritirata da qualche parte, nel profondo della donna con i capelli raccolti sulla nuca, ma riaffiora il suo urlo: "Und ich brauch doch so schrecklich Freude" ("E io ho così spaventosamente bisogno di gioia").

martedì 18 marzo 2014

Viandante, se giungi a Spa...


Sto leggendo una raccolta dei migliori racconti tedeschi selezionati da Marcel Reich Ranicki e così mi sono imbattuta in un racconto che non leggevo da tempo: “Viandante, se giungi a Spa…” di Heinrich Böll. Di questo scrittore preferisco decisamente i racconti, soprattutto quelli della guerra, piuttosto che i romanzi, anche se fu proprio un romanzo a valergli il Nobel. E non solo perché il racconto si adatta alla dimensione precaria degli autori di questa generazione, ma perché credo che Böll sia uno di quegli scrittori, come Cechov o la Munro, capaci di delineare in poche pagine situazioni e personaggi, ai quali non è necessaria una parola in più. A parte questo, Böll è incredibilmente distante sia da Cechov che dalla Munro. Direi anzi che gli scrittori tedeschi della sua generazione sono distanti da tutto il resto del mondo, esclusi nella stessa solitudine che circonda i loro personaggi e che ne costituisce la tragedia. I racconti di Böll, soprattutto questo, sono distanti anche dal Böll successivo, il predicatore dei romanzi, che prende di mira la società consumistica.
In lingua originale, la prosa dell’autore è scarna, addirittura squallida e perfettamente consona allo squallore che descrive. Ho sempre pensato che fosse una prosa “onomatopeica”, che traduce esattamente in parole il senso di desolazione dei personaggi. Si tratta però di una prosa estremamente incisiva, mi sono infatti stupita di come, dopo così tanti anni, le parole di quell’incipit mi siano risultate familiari, come se, involontariamente, avessi sempre continuato a ricordarlo.Il racconto inizia con un’auto e il fatto di soffermarsi a parlare di un mezzo meccanico dà subito l’idea di quanto poco conti l’azione umana, di come le vicende si dispieghino dal di fuori, attraverso un mezzo inumano e non governabile da parte del protagonista, mentre sullo sfondo si staglia lo scenario apocalittico di una città che brucia. Per forza di cose, il protagonista “è agito”, trasportato prima in auto e poi in una barella, all’interno di una scuola, trasformata in un ospedale di fortuna. Oltre all’impotenza umana e alla mancanza di controllo degli eventi, però, risalta il fatto che, in un momento tragico, i pensieri del soldato ferito non siano drammatici e nemmeno rivolti alla sua famiglia, di cui non si sa nulla, oppure alla preoccupazione per la propria condizione fisica. Il suo interesse principale sembra essere quello di convincere se stesso, contro ogni evidenza, che quella scuola non può essere la sua, che gli elementi in cui gli sembra di riconoscerla sono gli stessi che si trovano in tutte le scuole, perché tutte le scuole sono uguali. Mi piace pensare che la sua preoccupazione sia quella di conservare in un luogo tranquillo e sicuro il suo passato, la sua vita di prima, a cui forse spera ancora di tornare, anche se ora il mondo, la sua vita e lui stesso sono completamente diversi da tre mesi prima, quando era uno studente in quella stessa scuola.
I riferimenti ad un passato diverso sono presenti fin dal titolo, preso da una traduzione di Schiller dal greco, ma nello stesso tempo il riferimento indica anche la ripetitività degli avvenimenti. La città, il cui nome è rimasto incompleto, è l’eroica Sparta delle Termopili, ma anche la città belga di Spa, quartier generale tedesco della prima guerra mondiale.
La tragedia esplode proprio quando, portato nell’aula di disegno, il soldato legge sulla lavagna la scritta e riconosce la propria scrittura. A quel punto non ci sono più scuse, non può più cercare di convincersi di essere in un altro luogo perché quella scritta lo mette di fronte a se stesso, quello che era e che non tornerà più, una persona profondamente diversa, lo studente che ha scritto con dei caratteri troppo grossi. Quella frase incompiuta, che in tre mesi non è stata cancellata, è la prova di un mondo cancellato e di una vita persa.
Non è un racconto rassicurante, è un racconto che trasmette un forte malessere, soprattutto se lo si legge prima di addormentarsi. Ma questo malessere è il suo punto di forza, l’unicità che ci fa sentire vicino, e al tempo stesso lontano, un protagonista di cui non si sa molto ma di cui non importa sapere di più. E’ il senso di malessere a far apparire questo racconto bellissimo e a farci percepire un dolore insondabile, che per noi resta comunque misterioso. E per qualche strano motivo viene spontaneo toccarsi le braccia e le gambe.

lunedì 3 febbraio 2014

Giochi di società

Qualche sera fa ho finito finito di leggere "Giochi di società" di Dorothy Parker, autrice di cui avevo letto qualche racconto trovato nelle riviste da ragazzina, oltre alle poesie, lette un po' ovunque.
A esser sincera, di questo libro mi aveva attirato più che altro la copertina con un quadro di Vettriano, poi era subentrato il ricordo di donnine con vestitini e cappellini e la sensazione della lama fredda di un coltello che tagliava l'atmosfera. Così ho acquistato il libro, nonostante non ami le traduzioni dall'inglese, che mi tolgono il gusto di sapere come realmente sia stato scritto.
Ho ritrovato le donnine, con i loro vestitini e i loro cappellini, e anche i loro mariti, impeccabili negli smoking (o tuxedo o come si voglia chiamarli), specchio di un'epoca che voleva apparire soddisfatta e compiaciuta di se stessa, un'epoca volta a nascondere lo sgretolamento di quello che stava sotto. Ma soprattutto ho trovato la lama del coltello, che, raschiando la patina superiore, mette a nudo proprio quello sgretolamento, con la semplicità di chi lo conosce bene e conosce bene anche l'ironia. Che è ben altra cosa dallo sghignazzare a gola spiegata, con cui viene molto spesso confusa.