mercoledì 6 giugno 2018

Estate

Oggi ho voglia di parlare di estate. So che, tecnicamente, non è ancora iniziata, e quindi ci sta che a Milano faccia ancora freddo e che, alzando la tapparella, non mi trovi davanti il sole caldo che aspettavo, ma un'altra giornata nuvolosa. Eppure per me l'estate non è mai iniziata il 21 giugno. Per me l'estate inizia alla metà di maggio, quando non sopporto più i vestiti scuri e invernali, le scarpe pesanti. Quando ho voglia di serate all'aperto, di cene fuori, in cui ogni tanto arriva qualche pezzo di conversazione dei bambini del piano di sotto e sorridiamo, ripensando ad altre conversazioni, ad altre estati. 
Forse perché si passa più tempo fuori, l'estate è una stagione intensa, una stagione in cui spesso, quando finisce, ci si ritrova un po' diversi. Credo che per tutti ci sia stata qualche estate in cui abbiamo perso qualcosa di noi. Dopo siamo cresciuti, diventando sempre più simili alle persone che siamo oggi, ma dentro è rimasta una vaga nostalgia per tutto quello che sarebbe potuto essere e non è stato.
E allora mi viene in mente una poesia di Fernanda Pivano che credo esprima proprio questo senso di nostalgia. In fondo anche lei se ne andò in un giorno d'estate, la notizia della sua morte mi raggiunse su una spiaggia di Maiorca.

MORTE DI UNA STAGIONE
Piovve tutta la notte
Sulle memorie dell'estate.
Al buio uscimmo
Entro un tuonare lugubre di pietre
Fermi sull'argine reggemmo lanterne
A esplorare il pericolo dei ponti.
All'alba vedemmo le rondini
Sui fili fradici immote
Spiare cenni arcani di partenza
E le specchiavamo sulla terra
Le fontane dai volti disfatti. 


martedì 15 maggio 2018

Il teatro di Sabbath

"A volte ho in mente un lettore anti-Roth. 'Quanto odierà questa cosa,' penso. Ed è tutto l'incoraggiamento di cui ho bisogno".

Ho pensato molto a queste parole mentre leggevo. Ci ho pensato soprattutto quando Sabbath frugava nei cassetti della biancheria della moglie e della figlia del suo migliore amico; ci ho pensato mentre, nel mezzo di Manhattan, sbottonava la camicetta a una ragazza per palparle il seno; ci ho pensato mentre profanava la tomba di Drenka, l'amante defunta. "Nei capolavori tutti vogliono sempre suicidarsi quando commettono adulterio. Lui voleva suicidarsi quando non poteva commetterlo". 
Ma io non appartengo a quei lettori che incoraggiano Roth, perché a me Sabbath piace moltissimo. Soprattutto mi piace che  questo romanzo sia stato scritto nel 1995, una vita fa, un mondo fa, ma che da quel mondo Roth sia riuscito a parlare così bene del nostro mondo, delle nostre ipocrisie, delle nostre pietre, messe sopra tutto quello che non vogliamo vedere. "I tuoi amici hanno una registrazione della mia voce che rende reali tutte le cose peggiori che vogliono che il mondo sappia sugli uomini".
Perché Sabbath non è il peggio, come lui stesso scopre con delusione e disappunto, quando va a trovare la sua seconda moglie in una clinica psichiatrica. Il peggio è qualcosa di più profondo, qualcosa che sta sotto quelle facciate perbene, sotto la maschera di un professore dallo sguardo severo. Il peggio sta in quei matrimoni perfetti, tra persone di successo, che si detestano e che sognano di andarsene. "Poi hanno sessant'anni, sessantacinque, settanta, e che differenza fa, ormai? Se ne andranno, certo. Per alcune persone questa è la cosa migliore da dire sulla morte: finalmente fuori dal matrimonio. E senza doversi rifugiare in un hotel. Senza dover vivere quelle miserabili domeniche da soli in un hotel. Sono le domeniche a tenere insieme queste coppie. Come se niente fosse peggiore delle domeniche da soli."
"Il teatro di Sabbath" è soprattutto un libro sulla solitudine, il protagonista è infatti "nel periodo di maggior solitudine della sua vita", quello in cui a volte pensa al suicidio, ma poi "capita sempre qualcosa che ti costringe ad andare avanti a vivere". E' la solitudine di chi rimane, circondato dai fantasmi di quelli che se ne sono andati, prima di tutti la madre, una madre adesso onnipresente, che guarda, giudica e dà consigli. Quella stessa madre che in realtà è morta molto tempo prima, insieme al figlio maggiore Morty ("Ma lui non è morto perché era ebreo. È morto perché era americano. L'hanno ucciso perché era nato in America"). Le pagine sui genitori e su Morty, il fratello maggiore, il modello che Sabbath si sforza invano di sostituire, sono le più belle. Sono queste infatti le pagine in cui emerge il suo lato più umano e più fragile: il dispiacere per la morte del fratello, i tentativi di essere come lui, di riuscire a sostituirlo, la consapevolezza di non poterlo fare. E poi la disgregazione della famiglia, la perdita dei genitori quando ancora sono vivi, l'incapacità di dare vita lui stesso a una famiglia ("mai benedetto da figli"). Non con Nikki, la prima moglie, la bellissima greca che veste sempre in bianco e nero, l'attrice "di cui non si sa più nulla" (sì, tra le pagine di questo romanzo Shakespeare sbuca di continuo), cercata e aspettata inutilmente. Non con Roseanna, la moglie che Sabbath tradisce e con cui ha tradito Nikki. Ma nella vita di Sabbath, ad un certo punto, è arrivata Drenka, il suo alter ego, l'immigrata croata, che come lui è sposata e ha altri amanti, eppure è sempre felice di condividere e mettere in pratica le sue fantasie. E quando si parla della presunta misoginia di Roth bisognerebbe pensare soprattutto a Drenka, personaggio femminile con gli stessi difetti e le stesse qualità di quelli maschili. E forse anche questo dà parecchio fastidio al lettore anti-Roth. 

martedì 3 aprile 2018

Max Frisch

Il 4 aprile 1991 moriva Max Frisch, forse il più grande scrittore di lingua tedesca del secondo dopoguerra. Un autore che, come notò Dürrenmatt, fece di se stesso il "caso da risolvere". La sua vita è infatti strettamente intrecciata alle sue opere, vi si specchia, si interrompe, si ricompone, in un'eterna ricerca (e al  tempo stesso rifiuto) della propria identità.  I suoi diari sono la parte più importante e più consistente della sua opera, sono intesi come una raccolta di materiale, di annotazioni, di frammenti. I diari sono il suo cantiere, che ripropone nei romanzi più importanti: "Homo Faber", "Stiller", "Il mio  nome sia Gantenbein", "Montauk".  Il suo è un gioco volto a spiazzare il lettore, a costringerlo ad una lettura attiva, a confondere le carte, a ricomporle in un'altra forma. E ogni tanto, tra le pagine, sembra di scorgere il sorriso a metà dell'autore, con la pipa ad un angolo della bocca, come nella maggior parte delle foto che lo ritraggono, in diverse età, ma sempre con la stessa espressione ironica, perché attraverso la letteratura si può addirittura "diventare di nuovo giovani. Un poco più giovani".

martedì 27 marzo 2018

Irène Némirovsky


Era il 2010 ed ero con mia sorella nella nostra libreria preferita, la Mondadori di corso Vittorio Emanuele, le ex Messaggerie Musicali, adesso Mango, quando lei ha sorriso in direzione di uno scaffale e ha preso un libro con la copertina marrone: si intitolava "I cani e i lupi".
- Un altro libro della Némirovsky! - ha esclamato felice.
- Chi è? - ho chiesto. Il nome ostrogoteggiante non mi diceva niente, se non che forse quell'autore era russo, ma io, che pure di autori russi ne conosco parecchi, non ne avevo mai sentito parlare.
- Irène Némirovsky, - ha detto lei mostrandomi il nome sulla copertina. - Mi piace tantissimo.
Sarà, ho pensato mentre la accompagnavo alla cassa a pagare.
Ci è voluto qualche mese e la lettura della quarta di copertina di alcuni libri, prima che mi venisse la curiosità di leggere quella strana scrittrice, di cui non avevo mai sentito parlare ma che era morta nel 1942, quando l'olocausto compì un doppio crimine: verso di lei e la sua povera vita ancora giovane, e verso di noi, per averci privato delle sue opere.
Per fortuna, però, prima di morire ad Auschwitz, la Némirovsy fece in tempo a scrivere molti romanzi e racconti e io iniziai leggendo "Il calore del sangue".
Il libro era piccolo, un formato comodissimo da portare nella borsa e leggere sulla metropolitana nel tragitto verso l'ufficio. Lo lessi in un giorno e mezzo, senza quasi riuscire a staccarmi e facendolo malvolentieri, quando proprio non potevo evitare. Lo trovai bellissimo, una storia appassionante e scritta in modo avvincente. Leggevo e per il resto del tempo mi ripetevo le frasi che avevo letto, ripensavo alle scene del breve romanzo, soprattutto quella in cui il protagonista entra nella locanda e vede la propria immagine riflessa nello specchio. Una scena molto simile a quella di un racconto di Maupassant. Direi che c'è molto di Maupassant in questo breve romanzo, che forse è il romanzo più francese della Némirovsky. Ci sono libri che ci piacciono e ci sono libri di cui intuiamo la grandezza anche se non ci appassionano particolarmente. E poi ci sono libri che ci entrano dentro e con loro ci entrano dentro i loro autori. Perché forse, in realtà, questi libri erano già in noi, nascosti da qualche parte, e bastava soltanto che qualcuno ci aiutasse a trovarli. "Il calore del sangue" è un racconto delicato, eppure forte, di tutto quello che è sepolto dentro di noi. È il racconto di qualcosa che è successo molto tempo fa, quando eravamo persone diverse, quando il nostro sangue caldo ci ha fatto fare qualcosa che ora vorremmo non aver fatto. Qualcosa che abbiamo tentato di dimenticare e di nascondere e che invece è rimasto dentro di noi, perché in fondo è la nostra parte più vera e più autentica.
Per tutto il tempo della lettura, pensai a pochissime altre cose al di fuori del libro e, quando lo finii, provai un forte senso di malinconia, un po' per lo sviluppo della vicenda, un po' per la tristezza di averlo finito, un po' per il senso di amarezza che lascia il bellissimo finale, che arriva inaspettato. Ma mi restò la certezza che della Némirovsky avrei letto tutto.
Ho detto che "Il calore del sangue" è il più francese dei suoi romanzi, la Francia infatti è il paese in cui si stabilì con i genitori dopo la fuga dalla Russia, e il francese la lingua in cui scelse di scrivere i suoi libri. La complessità del rapporto con questo paese, che pure sentiva suo, ma che non era realmente suo, fa emergere il paradosso ebraico, che la collega ad Heine, a Kafka e allo stesso Roth. Il paradosso sintetizzato dalla battuta di Marcel Reich-Ranicki: "Sono tedesco al 50%, polacco al 50% e ebreo al 100%".
Il rapporto con la Francia è il cardine di "Suite francese", il romanzo che doveva essere il suo "Guerra e pace", concepito come un'opera monumentale e che restò purtroppo incompiuto, ritrovato anni dopo la sua morte, nella valigia che aveva affidato alle figlie, composto soltanto delle prime due parti, molto diverse tra loro e quasi slegate. Il labile filo che le unisce è la guerra, rappresentata attraverso un romanzo corale nella prima parte, quella  della fuga dei francesi dalle città, in cui la scrittrice osserva la loro frenesia, le loro paure, le vigliaccherie e i gesti di coraggio. E' qui che sente di appartenere e non appartenere al paese che ha scelto e che in qualche  modo sta iniziando a respingerla. La seconda parte è quella che invece ha ispirato il film ed è piuttosto curioso perché, dagli appunti della Némirovsky, l'amore tra Lucille e l'occupante tedesco Bruno avrebbe dovuto restare marginale sia per il romanzo che per la vita di Lucille stessa, destinata invece all'"amore vero" con Jean Marie.
Ma fa un certo effetto leggere queste pagine, conoscere la sua vita, e notare come la Némirovsky sia riuscita a spogliare i soldati tedeschi delle uniformi nemiche e a guardare i ragazzi, sradicati dalle loro case, allontanati dalle loro vite e mandati a combattere una guerra che forse non comprendevano. In queste pagine la Némirovsky ha visto quegli stessi ragazzi di cui, pochi anni più tardi, avrebbero parlato Böll e Lenz. Ha capito i soldati, gli uomini, ma non ha capito la guerra. O forse non ha voluto rendersi conto che lei, in quel paese, che ormai era il suo paese, era in pericolo in quanto straniera.
Oppure era restia a lasciare la Francia perché già una volta aveva dovuto lasciare il suo paese e il racconto della fuga, con un breve soggiorno in Finlandia, si trova ne "Il vino della solitudine", uno dei suoi romanzi più belli e più amari. Ma, nonostante si sentisse francese, non ruppe mai il legame con la letteratura russa, che, alla fine, restò la sua vera patria. I suoi libri, infatti, pur essendo scritti in francese, rivelano il legame strettissimo con i grandi scrittori russi. Soprattutto, in ogni sua pagina, traspare l'influenza di Cechov, di cui, con la Berberova, è l'ultima erede. Entrambe infatti, come Cechov, privilegiano la forma breve che, come per il grande autore, è quella più congeniale ai loro racconti, basati sull'ironia delicata e un po' amara con cui vengono guardati i personaggi e le loro vicende. Come nella raccolta di racconti "Domenica", in cui un'umanità un po' sfatta e senza più ideali, si lascia vivere tra le due guerre. In questi racconti è forte il contrasto tra la rassegnazione dei personaggi, il loro senso di sconfitta, e una scrittura pulita e precisa.
A Cechov la Némirovsky dedicò un saggio che può essere visto forse come un omaggio o una dichiarazione d'amore assoluto. È una biografia romanzata da cui Cechov esce come un uomo mite e semplice, umile e di buon carattere. Un medico attento, anche se tormentato dalla propria salute cagionevole. È una vita semplice, quella che si delinea in questo saggio, al punto che viene da chiedersi come abbia avuto modo di conoscere così bene le sfumature dei rapporti umani, lui, uno che se ne intendeva di mogli e di amanti, ma che si sposò soltanto alla fine. Forse restano fuori da questo saggio proprio le pagine in cui il "calore del sangue" ha preso il sopravvento, quelle pagine della vita dello scrittore che non conosceremo mai.
Quello che invece resta unico e centrale nell'opera della Némirovsky è la figura della madre. Una madre, la sua, egoista e presa da se stessa e dalla propria bellezza, ossessionata dal passare del tempo e che, proprio per questo, vedeva nella figlia una nemica, una minaccia, un promemoria vivente della sua età. Una madre che tentò quindi il più possibile di respingerla nell'infanzia, per nascondere al mondo la prova del suo inevitabile invecchiamento.
“Non ho paura della vita. Sono soltanto gli anni di apprendistato. Sono stati eccezionalmente duri, ma hanno temprato il mio coraggio e il mio orgoglio. Tutto questo è mio, è la mia ricchezza inalienabile. Sono sola, ma la mia solitudine è aspra e inebriante”.
Nelle parole di Hélène ne "Il vino della solitudine" è facile ritrovare l'autrice e il suo rapporto difficile con una madre che non seppe amarla. Così come è facile ritrovare il rapporto complicato, fatto di cattiverie e dispetti, ne "Il ballo", breve romanzo, o racconto lungo, storia della perfidia di un rapporto irrisolto. "Il ballo" è una delle opere più famose della Némirovsky e forse quella che meglio la rappresenta e che meglio aiuta a comprendere le sfumature di questo rapporto complicato. Sfumature che sono state colte interamente e con grande sensibilità da Sonia Bergamasco nello spettacolo teatrale che ne ha tratto.
È però forse "Jezabel" il romanzo in cui più ferocemente viene attaccata la madre, quello che ne mostra in modo più crudo le bassezze, l'egoismo, l'ossessione per la propria bellezza e i tentativi patetici di contrastare il passare del tempo. Ma anche la tristezza della solitudine, l'aridità di una vita che non ha saputo andare oltre se stessa, che non ha saputo amare altro che se stessa. 
“Ci resta sempre in fondo al cuore il rimpianto di un’ora, di un’estate, di un fuggevole istante in cui la giovinezza si schiude come una gemma.”
Un regolamento di conti? O forse uno spunto per un romanzo di straordinaria modernità, molto attuale ancora oggi? 
Un romanzo che Fanny, la madre, conserverà chiuso nella cassaforte fino alla morte, insieme ad altri scritti della figlia. Di Fanny parlerà ancora Élisabeth Gilles, la figlia di Iréne, per raccontare il momento terribile in cui, al termine della guerra, venne accompagnata con la sorella Denise a casa della nonna. "Io non ho nipoti", rispose la donna senza lasciarle entrare, aggiungendo che c'erano i sanatori per i bambini poveri malati di pleurite come Denise.
Mirador è il romanzo scritto da Élisabeth, la figlia di Irène, con l'aiuto della sorella Denise, la quale, in "Sopravvivere e vivere" racconta il lavoro di ricerca intrapreso sulle tracce di una madre che non avevano avuto il tempo di conoscere. Un lavoro che portò anche le due sorelle a frequentarsi, conoscersi, riscoprire un rapporto interrotto. Perché quella famiglia felice, che appare nelle foto, venne distrutta  un giorno dall'arrivo dei gendarmi che portarono via la madre.
"Siamo ridiscese dopo qualche minuto per salutare la mamma che partiva per un viaggio... Ci siamo tenuti tutti per mano per rispettare la vecchia usanza russa di restare un minuto in silenzio quando qualcuno lascia i familiari per partire da solo... Non ci sono state lacrime... appena qualche parola per raccomandarci di comportarci bene. Non sapevo che sarebbe stato un viaggio senza ritorno."
Probabilmente nemmeno la madre, Irène Némirovsky, lo sapeva, visto che poco tempo dopo scriveva al marito che non pensava sarebbe stata una faccenda lunga. Entrambe le figlie sembrano rimproverarle questa fiducia nel fatto che non sarebbe successo niente, il suo sentirsi al riparo in quello che, pochi anni prima, aveva definito "il paese più bello del mondo". Dalla gendarmeria di Toulon-sur-Arroux infatti faceva sapere di sentirsi calma e forte. Sono strazianti i racconti delle figlie, delle loro attese alla stazione, guardando quei treni dai quali i loro genitori non sarebbero mai scesi.
Ma quando ripenso a questi rapporti interrotti, o quando vedo le foto di Irène al mare che gioca con le figlie, mi viene in mente il suo primo romanzo, "Il malinteso", quello che, dopo "Il calore del sangue", considero il migliore. La protagonista si chiama infatti Denise, il nome che Irène sceglierà per sua figlia, tre anni dopo la pubblicazione del romanzo. È poi questo l'unico suo romanzo con una madre positiva, una madre ancora giovane e bella, ma che cerca di trasmettere alla figlia ciò che ha imparato dalla vita. Quello in cui l'influenza di Cechov è forse più forte nella descrizione degli equivoci che muovono le azioni dei personaggi, in cui il suo sguardo è più sferzante e ironico, e più forte il botto con cui le illusioni e i sogni dei protagonisti si infrangono contro la realtà.
Se "Il malinteso" fu il primo romanzo della Némirovsky, "David Golder" fu invece quello che le diede il successo, la prima pubblicazione. Pare infatti che l'editore Grasset, dopo aver letto il manoscritto, mise un'inserzione su un giornale per rintracciare l'autore e, quando si ritrovò davanti una donna, giovane ed elegante, restò perplesso, dapprima, non volle credere che, proprio lei, avesse scritto un romanzo tanto crudele e spietato. È infatti la storia della vita arida di un ricco banchiere ebreo, della sua corsa verso una ricchezza con la quale credeva di poter comprare qualsiasi cosa, inclusi l'affetto e l'amore di una famiglia. È facile riconoscere, nel banchiere ebreo, il padre di Irène e, nella moglie arrivista e infedele, la solita Fanny. Mentre leggevo, però, a distanza di una ventina d'anni, mi è sembrato di rivedere l'immagine, ormai sbiadita, del "Foma Gordeev" di Gorki. Sono molte infatti le similitudini tra le parabole dei due protagonisti, le loro solitudini, le loro sconfitte. Un altro regolamento di conti? La letteratura russa che, ancora, torna? 
Indubbiamente "David Golder" contribuì ad alimentare il sospetto di antisemitismo che ogni tanto affiora intorno alla figura della Némirovsky, anche se credo che si debba dare ragione alla figlia Denise: leggiamo "David Golder" con il senno di poi, del dopo olocausto, senza contestualizzarlo: "più che una manifestazione di antisemitismo, una critica sociale dell'ambiente che aveva conosciuto e odiato".
In fondo non è molto diverso da quando un esterrefatto Philip Roth si vide accusare di antisemitismo all'uscita di "Goodbye Columbus". E non molto lontano dalle tematiche di Phillip Roth e della letteratura contemporanea è soprattutto "Il signore delle anime", uno dei romanzi più belli della Némirovsky, con uno tra i personaggi più complessi e controversi, il levantino Dario Asfar, un ciarlatano che riuscirà a farsi strada nel mondo, ma che non riuscirà a sfuggire a se stesso e alla sua natura. "Io credo che esista una fatalità, una maledizione. Credo che il mio destino era di essere un mascalzone, un ciarlatano ... Non si sfugge al proprio destino."
Proprio "Il signore delle anime" venne pubblicato a puntate sulla rivista Gringoire. Rivista che era fortemente schierata da una certa parte politica, il che porta a volte a rafforzare quell'idea di antisemitismo della Némirovsky, di odio verso se stessa e le proprie origini. È però vero che le riviste letterarie del tempo, come Comoedia, Candide e Nouvelles littéraires, avevano un po' tutte lo stesso atteggiamento e, accanto alla politica, pubblicavano racconti di altri grandi autori, tra cui uno scrittore ebreo le cui opere, come quelle della Némirovsky, sono state cancellate dalla furia nazista ma sono tornate a vivere, molti anni dopo  la sua morte, grazie alla loro straordinaria modernità: Stefan Zweig.
Tra il 2010 e il 2013 ho letto tutti i libri della Némirovsky, divorandoli in modo bulimico, appena mi capitavano tra le mani, in francese o tradotti in italiano. Adesso, dopo averli ripresi, dopo averne rilette alcune parti, credo che avrei dovuto diluirli nel tempo, lasciarne qualcuno per gli anni a venire. Solo adesso infatti mi rendo conto di quanto sia complessa e articolata la sua opera, che intreccia la letteratura classica russa con quella contemporanea occidentale. Ci sarebbero molti altri romanzi di cui parlare, che offrirebbero nuovi spunti di discussione. Soprattutto meriterebbe maggiore spazio "Due", il romanzo che mette in scena il dramma del matrimonio, quello che la figlia Élisabeth racconta di aver letto avidamente e di nascosto. Il romanzo nel quale Liliane Studer, in uno dei tanti articoli che dedicò alla Némirovsky sulla Faz, vide il matrimonio come una metafora della guerra, il campo di battaglia di una generazione, quella tra le due guerre, che aveva perso ogni ideale, ma anche la capacità di instaurare delle relazioni autentiche e durature. Un romanzo all'apparenza banale, come apparentemente banale è la quotidianità borghese, la facciata dietro la quale si sgretolano le illusioni e si consumano i drammi peggiori.
 
 

domenica 23 aprile 2017

Parigi

L'ultima volta che sono stata a Parigi era il 2005. Avevo raggiunto mio marito, che era lì per lavoro, e stavamo in un hotel Mercure a Saint Quentin en Yveline, perché era vicino al suo ufficio. Da Saint Quentin era abbastanza comodo arrivare in centro a Parigi con un treno e mi piaceva uscire dalla stazione di Montparnasse e avere a disposizione la città. Era meno bello riprendere il treno e tornare a Saint Quentin, perché lì, nonostante ci fossero centri commerciali e ristoranti, si avvertiva già l'atmosfera pesante che qualche tempo dopo sarebbe sfociata nelle rivolte delle banlieu.
Ma io la prima mattina, mentre mio marito lavorava, avevo preso l'autobus ed ero andata a Versailles. Poi, nel pomeriggio, avevo girato per il Quartiere Latino, ritrovando le strade familiari e l'albergo in cui avevo soggiornato poco tempo prima. Ero passata accanto a Les deux Magots prima di entrare in una libreria che piaceva anche a mia sorella. Ricordo di essere entrata più tardi in un'altra libreria sugli Champs Elysées e di aver comprato La bouche cousue di Mazarine Pingeot.
E, passando da quelle parti, avevo pensato alle due volte in cui avevo visto gli Impressionisti al Jeu de Paume, prima di rivederli tante altre volte al Musée d'Orsay.
In questi anni avrei voluto tornare a Parigi, trovare un albergo nel Quartiere Latino, rientrare in quella libreria, ma poi c'era sempre qualcosa, o gli orari dei voli, o i loro costi, o un problema con gli alberghi, e alla fine abbiamo scelto altre mete. Siamo tornati invece varie volte in Francia, anzi, il legame con questo paese è diventato anche più forte, grazie ad un'amica importante.
Ma da qualche tempo, quasi inconsciamente, ho smesso di cercare i voli per Parigi e un albergo nel Quartiere Latino. Ci sto pensando da giovedì, anche se evitare Parigi non ha molto senso, ma soltanto, per ora, ci è passata la voglia.

domenica 2 aprile 2017

Virginia Woolf - La signora Dalloway

Sono passati ventisette anni da quando ho letto La signora Dalloway di Virginia Woolf, ma in realtà Clarissa Dalloway non mi ha mai lasciato del tutto. Un po' perché ha spalancato la mia idea di letteratura su un mondo che prima mi era sconosciuto: quello del flusso di coscienza, dell'attimo che si dilata, fino a comprendere tutta la vita del personaggio. E poi perché ci sono frasi di Virginia Woolf che restano impresse per sempre e io ho continuato a ripetermele, in questi anni, sentendomi immensamente felice ogni volta, perché in quelle frasi ritrovo ogni volta la vita stessa, non necessariamente la mia. Questo romanzo ha cambiato la mia idea di letteratura ed è stato la lente attraverso la quale ho filtrato qualsiasi cosa abbia letto dopo.
Per molto tempo ho cercato questo libro nella mia ex camera, a casa dei miei genitori, senza trovarlo. Poi ho iniziato a cercarlo nelle altre librerie, ma sempre inutilmente: le librerie dei miei genitori ogni tanto ingoiano i libri.
Venerdì pomeriggio ero alla Feltrinelli e ho preso in mano in libro per cercare una di quelle frasi che ripeto a memoria e non rileggo da quasi trent'anni. Ma mi capita spesso di cercare una frase in un libro e di non riuscire a trovarla, perché non ricordo il punto preciso. Nel frattempo ho letto altri brani e ho ritrovato il mio vecchio amore per Peter Walsh. E poi ho visto che il libro costava 3,50 euro... insomma, per la seconda volta il libro mi ha chiamato, non potevo non comprarlo. E prima o poi lo rileggerò tutto, dall'inizio alla fine, e ritroverò anche quella frase.

mercoledì 29 marzo 2017

Philip Roth - Quando lei era buona

Da qualche anno non leggevo un libro di Philip Roth e probabilmente è la ragione per cui ho apprezzato così tanto "Quando lei era buona". L'ho letto a tratti febbrilmente, con la voglia di sapere cosa succedeva, per poi tornare indietro, rileggere intere pagine, assaporare ogni parola.
Scritto nel 1967, è uno dei primi romanzi di Roth, l'unico che abbia per protagonista una donna, e forse proprio quello che per primo contribuì alla sua fama di misogino. È stato scritto che Lucy Nelson è un'isterica, oppure una donna con difetti e debolezze di solito attribuite agli uomini. La verità credo sia che Roth scrive non tanto di uomini e donne, quanto di persone e questo è parte della sua grandezza. È facile scorgere in Lucy tratti che anticipano i suoi personaggi futuri, in particolare, mentre leggevo, ho pensato a Coleman Silk di "La macchia umana", alla sua fuga dalle origini e, in qualche modo, da se stesso.
Lucy è una donna piena di rabbia e sarcasmo, inflessibile e davvero antipatica, eppure, nonostante questo, non si può non provare dispiacere e comprensione per lei. Figlia di un alcolizzato e di una donna eternamente bambina, cerca in ogni modo di allontanarsi dalla propria famiglia, di essere diversa dai propri genitori e dai propri nonni. Li considera inferiori quanto sono inferiori le ragazze della sua età, che perdono tempo con abiti e acconciature. Il suo sogno di andare al college però sfuma quando incontra Roy Bassart. Credo che tutti, prima o poi, abbiano conosciuto un ragazzo come Roy, allegro, immaturo, semplice. Un ragazzo che non crescerà mai e che sarà sempre succube dello zio. Ma io ho provato una grandissima pena per lui, per i suoi pianti, per i momenti in cui Lucy gli ha buttato in faccia brutalmente il proprio disprezzo. Perché proprio quando le cose stanno andando bene, quando Roy sembra essere diventato l'uomo che lei voleva, l'ombra del passato di Lucy si riaffaccia, e sarà lei stessa a distruggere la sua nuova famiglia.