martedì 11 settembre 2018

Karl Kraus


Karl Kraus è noto soprattutto per i suoi aforismi e corre il rischio di venirne travolto. Pochi infatti hanno letto il suo dramma "Gli ultimi giorni dell'umanità" e le sue poesie. Karl Kraus è stato però soprattutto un giornalista e un critico, oltre che un grande studioso di Shakespeare.
"In questa nostra grande epoca" è il discorso che tenne nel novembre del 1914, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale. Come negli aforismi, la voce di Karl Kraus è caustica e lontana dalle opinioni condivise più comuni. Una voce stridente e fortemente in contrasto con tutti i dogmi della sua epoca. La sua critica è forte soprattutto nei confronti degli scrittori (come Hauptmann e Thomas Mann) e dei giornalisti (come Benedikt). È la critica ad una stampa "unica" , che vuole presentare un solo lato della medaglia. Sono però anche pagine che si leggono con grande divertimento per la forte ironia dell'autore e perché è impossibile non notare la sbalorditiva analogia di quella sua grande epoca con questa nostra.

giovedì 30 agosto 2018

La solitudine dell'assassino

Luca Rainer è un traduttore, uno con cui le donne resistono al massimo qualche mese, che si dimentica di cambiarsi i vestiti, che si rifugia nella non-vita e nel rancore verso una madre che l'ha messo al mondo e poi abbandonato.
Carlo Malaguti invece è un assassino, uno che ha vissuto la vita intensamente, come un fuoco che brucia, e che ha dentro una bestia che lo divora. Una bestia simile alla pantera della poesia di Rilke, che Luca ha tradotto. E allora vuole che sia Luca a raccontare la sua storia. Una storia cattiva, di amore, tradimento, gelosia. E, addentrandosi in questa storia, Luca scoprirà Carlo, ma anche se stesso.

Di Andrea Molesini, qualche anno fa, avevo letto "Non tutti i bastardi sono di Vienna" e mi aspettavo un romanzo simile. Mi sono invece stupita della differenza tra i due libri, che sembrano quasi scritti da persone diverse. Perché il primo è un romanzo storico, mentre il secondo un thriller psicologico, che a poco a poco svela i protagonisti. Eppure entrambi i libri mi sono piaciuti e mi hanno trascinato nel gorgo degli eventi. Ho avuto inoltre la fortuna di essere stata a Trieste pochi mesi fa e di avere ancora ben chiaro il ricordo dell'atmosfera di questa bella città, elegante e malinconica, una città che non dimentica il suo passato e che è lo sfondo perfetto di questa vicenda.

giovedì 23 agosto 2018

Le menzogne della notte

Nel 1988 Gesualdo Bufalino vinceva il premio Strega. Era l'estate in cui io non riuscivo a staccarmi da Schiller e pochi mesi dopo avrei incontrato Heine e la Woolf e Max Frisch. Ci sono voluti quindi trent'anni e il suggerimento di un'amica, prima che scoprissi questo libro. Eppure è un po' come se tutte le letture di questi anni mi abbiano portato qui, a questo romanzo breve ma maestoso, che parte dal Decamerone, per raccontare l'ultima notte di un gruppo di condannati a morte, in un penitenziario su un'isola. Un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, che forse si trova nel Regno delle Due Sicilie, in epoca borbonica. "Fantasia storica, giallo metafisico, moralità leggendaria".
Un romanzo che parte da Balzac, con una sfida al lettore ("A noi due") o forse un brindisi, raccontato con uno stile antico, che riporta ad "uno stravolto Risorgimento" e, al tempo stesso, richiama l'atmosfera dei Vicerè di De Roberto. Ma è un romanzo che fa pensare anche allo Stiller di Max Frisch, alla frantumazione dell'identità, all'inutile ricerca dell'io, alla dicotomia tra essere e apparire, alla difficoltà di accettarsi. 
"Poiché la mia vita - non meno che la vostra, o miei nemici e fratelli - non è stata che un fluido scorrere di coscienze posticce dentro un innumerevole ME..."

giovedì 16 agosto 2018

La sera a Roma - Enrico Vanzina

Questo libro l'ho preso a casa di mia madre. A lei era piaciuto abbastanza, ma non l'aveva fatta impazzire. L'avevo appoggiato sul comodino, ad alimentare la pila di libri da leggere.
Poi è morto Carlo Vanzina e ho rivisto "Via Montenapoleone", un film che avevo visto al cinema a sedici anni, un sabato pomeriggio, con un'amica. Ci ho ritrovato gli anni Ottanta, la mia città com'era allora e anche qualcosa di me. L'ho guardato con un misto di divertimento, nostalgia e rabbia: eravamo come ci hanno descritto i Vanzina, non c'è da stupirsi che siamo quelli che siamo.
Così ho messo il libro in valigia. Il titolo evoca le serate d'estate in cui si passa più tempo all'aperto e mi aspettavo, chissà perché, un'autobiografia. Ho trovato invece un mistero, un noir più che un giallo, ma soprattutto ho trovato quel romanzo su Roma che Federico, il protagonista, vorrebbe scrivere. Un romanzo su una città troppo bella, sospesa tra il vecchio e il nuovo, una città in cui si mescolano la vecchia nobiltà, con i suoi giochi e le sue vendette, le istruttrici sudamericane di pilates, ambigui uomini d'affari. Una città in cui tutti inseguono quello che non hanno, per poi rimpiangere quello che hanno lasciato andare senza accorgersene.
È un ritratto dell'Italia, apparentemente leggero ma piuttosto impietoso, scritto molto bene, con uno stile elegante, che si vorrebbe non finisse mai.

mercoledì 6 giugno 2018

Estate

Oggi ho voglia di parlare di estate. So che, tecnicamente, non è ancora iniziata, e quindi ci sta che a Milano faccia ancora freddo e che, alzando la tapparella, non mi trovi davanti il sole caldo che aspettavo, ma un'altra giornata nuvolosa. Eppure per me l'estate non è mai iniziata il 21 giugno. Per me l'estate inizia alla metà di maggio, quando non sopporto più i vestiti scuri e invernali, le scarpe pesanti. Quando ho voglia di serate all'aperto, di cene fuori, in cui ogni tanto arriva qualche pezzo di conversazione dei bambini del piano di sotto e sorridiamo, ripensando ad altre conversazioni, ad altre estati. 
Forse perché si passa più tempo fuori, l'estate è una stagione intensa, una stagione in cui spesso, quando finisce, ci si ritrova un po' diversi. Credo che per tutti ci sia stata qualche estate in cui abbiamo perso qualcosa di noi. Dopo siamo cresciuti, diventando sempre più simili alle persone che siamo oggi, ma dentro è rimasta una vaga nostalgia per tutto quello che sarebbe potuto essere e non è stato.
E allora mi viene in mente una poesia di Fernanda Pivano che credo esprima proprio questo senso di nostalgia. In fondo anche lei se ne andò in un giorno d'estate, la notizia della sua morte mi raggiunse su una spiaggia di Maiorca.

MORTE DI UNA STAGIONE
Piovve tutta la notte
Sulle memorie dell'estate.
Al buio uscimmo
Entro un tuonare lugubre di pietre
Fermi sull'argine reggemmo lanterne
A esplorare il pericolo dei ponti.
All'alba vedemmo le rondini
Sui fili fradici immote
Spiare cenni arcani di partenza
E le specchiavamo sulla terra
Le fontane dai volti disfatti. 


martedì 15 maggio 2018

Il teatro di Sabbath

"A volte ho in mente un lettore anti-Roth. 'Quanto odierà questa cosa,' penso. Ed è tutto l'incoraggiamento di cui ho bisogno".

Ho pensato molto a queste parole mentre leggevo. Ci ho pensato soprattutto quando Sabbath frugava nei cassetti della biancheria della moglie e della figlia del suo migliore amico; ci ho pensato mentre, nel mezzo di Manhattan, sbottonava la camicetta a una ragazza per palparle il seno; ci ho pensato mentre profanava la tomba di Drenka, l'amante defunta. "Nei capolavori tutti vogliono sempre suicidarsi quando commettono adulterio. Lui voleva suicidarsi quando non poteva commetterlo". 
Ma io non appartengo a quei lettori che incoraggiano Roth, perché a me Sabbath piace moltissimo. Soprattutto mi piace che  questo romanzo sia stato scritto nel 1995, una vita fa, un mondo fa, ma che da quel mondo Roth sia riuscito a parlare così bene del nostro mondo, delle nostre ipocrisie, delle nostre pietre, messe sopra tutto quello che non vogliamo vedere. "I tuoi amici hanno una registrazione della mia voce che rende reali tutte le cose peggiori che vogliono che il mondo sappia sugli uomini".
Perché Sabbath non è il peggio, come lui stesso scopre con delusione e disappunto, quando va a trovare la sua seconda moglie in una clinica psichiatrica. Il peggio è qualcosa di più profondo, qualcosa che sta sotto quelle facciate perbene, sotto la maschera di un professore dallo sguardo severo. Il peggio sta in quei matrimoni perfetti, tra persone di successo, che si detestano e che sognano di andarsene. "Poi hanno sessant'anni, sessantacinque, settanta, e che differenza fa, ormai? Se ne andranno, certo. Per alcune persone questa è la cosa migliore da dire sulla morte: finalmente fuori dal matrimonio. E senza doversi rifugiare in un hotel. Senza dover vivere quelle miserabili domeniche da soli in un hotel. Sono le domeniche a tenere insieme queste coppie. Come se niente fosse peggiore delle domeniche da soli."
"Il teatro di Sabbath" è soprattutto un libro sulla solitudine, il protagonista è infatti "nel periodo di maggior solitudine della sua vita", quello in cui a volte pensa al suicidio, ma poi "capita sempre qualcosa che ti costringe ad andare avanti a vivere". E' la solitudine di chi rimane, circondato dai fantasmi di quelli che se ne sono andati, prima di tutti la madre, una madre adesso onnipresente, che guarda, giudica e dà consigli. Quella stessa madre che in realtà è morta molto tempo prima, insieme al figlio maggiore Morty ("Ma lui non è morto perché era ebreo. È morto perché era americano. L'hanno ucciso perché era nato in America"). Le pagine sui genitori e su Morty, il fratello maggiore, il modello che Sabbath si sforza invano di sostituire, sono le più belle. Sono queste infatti le pagine in cui emerge il suo lato più umano e più fragile: il dispiacere per la morte del fratello, i tentativi di essere come lui, di riuscire a sostituirlo, la consapevolezza di non poterlo fare. E poi la disgregazione della famiglia, la perdita dei genitori quando ancora sono vivi, l'incapacità di dare vita lui stesso a una famiglia ("mai benedetto da figli"). Non con Nikki, la prima moglie, la bellissima greca che veste sempre in bianco e nero, l'attrice "di cui non si sa più nulla" (sì, tra le pagine di questo romanzo Shakespeare sbuca di continuo), cercata e aspettata inutilmente. Non con Roseanna, la moglie che Sabbath tradisce e con cui ha tradito Nikki. Ma nella vita di Sabbath, ad un certo punto, è arrivata Drenka, il suo alter ego, l'immigrata croata, che come lui è sposata e ha altri amanti, eppure è sempre felice di condividere e mettere in pratica le sue fantasie. E quando si parla della presunta misoginia di Roth bisognerebbe pensare soprattutto a Drenka, personaggio femminile con gli stessi difetti e le stesse qualità di quelli maschili. E forse anche questo dà parecchio fastidio al lettore anti-Roth. 

martedì 3 aprile 2018

Max Frisch

Il 4 aprile 1991 moriva Max Frisch, forse il più grande scrittore di lingua tedesca del secondo dopoguerra. Un autore che, come notò Dürrenmatt, fece di se stesso il "caso da risolvere". La sua vita è infatti strettamente intrecciata alle sue opere, vi si specchia, si interrompe, si ricompone, in un'eterna ricerca (e al  tempo stesso rifiuto) della propria identità.  I suoi diari sono la parte più importante e più consistente della sua opera, sono intesi come una raccolta di materiale, di annotazioni, di frammenti. I diari sono il suo cantiere, che ripropone nei romanzi più importanti: "Homo Faber", "Stiller", "Il mio  nome sia Gantenbein", "Montauk".  Il suo è un gioco volto a spiazzare il lettore, a costringerlo ad una lettura attiva, a confondere le carte, a ricomporle in un'altra forma. E ogni tanto, tra le pagine, sembra di scorgere il sorriso a metà dell'autore, con la pipa ad un angolo della bocca, come nella maggior parte delle foto che lo ritraggono, in diverse età, ma sempre con la stessa espressione ironica, perché attraverso la letteratura si può addirittura "diventare di nuovo giovani. Un poco più giovani".