domenica 7 ottobre 2018

Berta Isla

L'ho finito stanotte. Come con tutti i libri di Marías, anche questa volta mi sono trovata avvolta nella spirale serrata del suo racconto, a seguire i pensieri dei suoi personaggi. Alla mattina non vedevo l'ora di salire sul metrò e leggerlo; durante il giorno, quando prendevo qualcosa dalla borsa e lo toccavo, ero felice perché, dopo qualche ora, sarei stata di nuovo sul metrò a leggerlo.
Una storia tutto sommato abbastanza prevedibile, una rivisitazione in chiave moderna di Penelope e Ulisse. Eppure una storia in cui ogni pagina chiama la successiva, in cui la tensione resta alta fino alla fine. Perché il vero romanzo si srotola attraverso le digressioni e le sensazioni dei protagonisti, la loro interpretazione delle loro vite, di quello che è successo.
Sono tanti i rimandi letterari, dalle poesie di T. S. Eliot, a Balzac, all'Enrico V di Shakespeare, all'impossibilita di Tom di dormire veramente, così simile a quella di Macbeth. Ho amato però soprattutto i balconi di Berta, così vicini alle finestre di Pinter, il suo guardare la città da quelle tre diverse prospettive, restandone comunque al di fuori, come è rimasta sempre un po' al di fuori della vita. Soltanto una volta si è buttata nella mischia, quando era molto giovane e ha partecipato a un corteo. È da quei balconi che anche Tom guarderà la vita con un'inaspettata nostalgia quando si sentirà escluso, dopo essersi sentito escluso, per tanti anni, dalla vita vera, che aveva scelto e che avrebbe voluto vivere.

mercoledì 26 settembre 2018

Le fedeltà invisibili - Delphine De Vigan

Théo vive diviso in due, una settimana con una madre rancorosa e arrabbiata che, quando lo rivede, gli intima di fare subito una doccia per togliersi di dosso i residui della settimana trascorsa nella casa del padre. Una casa buia e sporca, in cui il padre si trascina tra il letto e il divano. Théo prova pena e vergogna per quel padre, che gli chiede di non dire che ha perso il lavoro, di non dire che la sua nuova compagna se n'è andata. È la fedeltà dei figli che proteggono sempre i genitori. Lo sa Hélène, l'insegnante di scienze, che riconosce in Théo qualcosa della sua infanzia in balia di un padre violento. Un'infanzia che l'ha segnata nel corpo e nella mente. È la fedeltà degli adulti verso i bambini che sono stati e che vorrebbero rimettere a posto le cose.
E poi c'è Mathis, l'unico amico di Théo, l'unico che conosce il suo segreto, il compagno con cui si nasconde per bere fino allo stordimento. La famiglia di Mathis è all'apparenza perfetta e unita, ma nasconde una rete di bugie e di incomunicabilità tra due genitori molto diversi, che lentamente si sono allontanati. E Cécile, la madre, vede in Théo una cattiva compagnia per suo figlio, mentre vede emergere in Mathis il retaggio della sua famiglia di origine, di un padre alcolizzato, di un mondo dal quale ha cercato di allontanarsi per diventare diversa, per costruire una famiglia diversa.
La scrittura delicata della De Vigan si addentra piano nella mente dei suoi protagonisti, li lascia parlare e lascia emergere il loro lato più profondo e nascosto.

martedì 11 settembre 2018

Karl Kraus


Karl Kraus è noto soprattutto per i suoi aforismi e corre il rischio di venirne travolto. Pochi infatti hanno letto il suo dramma "Gli ultimi giorni dell'umanità" e le sue poesie. Karl Kraus è stato però soprattutto un giornalista e un critico, oltre che un grande studioso di Shakespeare.
"In questa nostra grande epoca" è il discorso che tenne nel novembre del 1914, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale. Come negli aforismi, la voce di Karl Kraus è caustica e lontana dalle opinioni condivise più comuni. Una voce stridente e fortemente in contrasto con tutti i dogmi della sua epoca. La sua critica è forte soprattutto nei confronti degli scrittori (come Hauptmann e Thomas Mann) e dei giornalisti (come Benedikt). È la critica ad una stampa "unica" , che vuole presentare un solo lato della medaglia. Sono però anche pagine che si leggono con grande divertimento per la forte ironia dell'autore e perché è impossibile non notare la sbalorditiva analogia di quella sua grande epoca con questa nostra.

giovedì 30 agosto 2018

La solitudine dell'assassino

Luca Rainer è un traduttore, uno con cui le donne resistono al massimo qualche mese, che si dimentica di cambiarsi i vestiti, che si rifugia nella non-vita e nel rancore verso una madre che l'ha messo al mondo e poi abbandonato.
Carlo Malaguti invece è un assassino, uno che ha vissuto la vita intensamente, come un fuoco che brucia, e che ha dentro una bestia che lo divora. Una bestia simile alla pantera della poesia di Rilke, che Luca ha tradotto. E allora vuole che sia Luca a raccontare la sua storia. Una storia cattiva, di amore, tradimento, gelosia. E, addentrandosi in questa storia, Luca scoprirà Carlo, ma anche se stesso.

Di Andrea Molesini, qualche anno fa, avevo letto "Non tutti i bastardi sono di Vienna" e mi aspettavo un romanzo simile. Mi sono invece stupita della differenza tra i due libri, che sembrano quasi scritti da persone diverse. Perché il primo è un romanzo storico, mentre il secondo un thriller psicologico, che a poco a poco svela i protagonisti. Eppure entrambi i libri mi sono piaciuti e mi hanno trascinato nel gorgo degli eventi. Ho avuto inoltre la fortuna di essere stata a Trieste pochi mesi fa e di avere ancora ben chiaro il ricordo dell'atmosfera di questa bella città, elegante e malinconica, una città che non dimentica il suo passato e che è lo sfondo perfetto di questa vicenda.

giovedì 23 agosto 2018

Le menzogne della notte

Nel 1988 Gesualdo Bufalino vinceva il premio Strega. Era l'estate in cui io non riuscivo a staccarmi da Schiller e pochi mesi dopo avrei incontrato Heine e la Woolf e Max Frisch. Ci sono voluti quindi trent'anni e il suggerimento di un'amica, prima che scoprissi questo libro. Eppure è un po' come se tutte le letture di questi anni mi abbiano portato qui, a questo romanzo breve ma maestoso, che parte dal Decamerone, per raccontare l'ultima notte di un gruppo di condannati a morte, in un penitenziario su un'isola. Un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, che forse si trova nel Regno delle Due Sicilie, in epoca borbonica. "Fantasia storica, giallo metafisico, moralità leggendaria".
Un romanzo che parte da Balzac, con una sfida al lettore ("A noi due") o forse un brindisi, raccontato con uno stile antico, che riporta ad "uno stravolto Risorgimento" e, al tempo stesso, richiama l'atmosfera dei Vicerè di De Roberto. Ma è un romanzo che fa pensare anche allo Stiller di Max Frisch, alla frantumazione dell'identità, all'inutile ricerca dell'io, alla dicotomia tra essere e apparire, alla difficoltà di accettarsi. 
"Poiché la mia vita - non meno che la vostra, o miei nemici e fratelli - non è stata che un fluido scorrere di coscienze posticce dentro un innumerevole ME..."

giovedì 16 agosto 2018

La sera a Roma - Enrico Vanzina

Questo libro l'ho preso a casa di mia madre. A lei era piaciuto abbastanza, ma non l'aveva fatta impazzire. L'avevo appoggiato sul comodino, ad alimentare la pila di libri da leggere.
Poi è morto Carlo Vanzina e ho rivisto "Via Montenapoleone", un film che avevo visto al cinema a sedici anni, un sabato pomeriggio, con un'amica. Ci ho ritrovato gli anni Ottanta, la mia città com'era allora e anche qualcosa di me. L'ho guardato con un misto di divertimento, nostalgia e rabbia: eravamo come ci hanno descritto i Vanzina, non c'è da stupirsi che siamo quelli che siamo.
Così ho messo il libro in valigia. Il titolo evoca le serate d'estate in cui si passa più tempo all'aperto e mi aspettavo, chissà perché, un'autobiografia. Ho trovato invece un mistero, un noir più che un giallo, ma soprattutto ho trovato quel romanzo su Roma che Federico, il protagonista, vorrebbe scrivere. Un romanzo su una città troppo bella, sospesa tra il vecchio e il nuovo, una città in cui si mescolano la vecchia nobiltà, con i suoi giochi e le sue vendette, le istruttrici sudamericane di pilates, ambigui uomini d'affari. Una città in cui tutti inseguono quello che non hanno, per poi rimpiangere quello che hanno lasciato andare senza accorgersene.
È un ritratto dell'Italia, apparentemente leggero ma piuttosto impietoso, scritto molto bene, con uno stile elegante, che si vorrebbe non finisse mai.

mercoledì 6 giugno 2018

Estate

Oggi ho voglia di parlare di estate. So che, tecnicamente, non è ancora iniziata, e quindi ci sta che a Milano faccia ancora freddo e che, alzando la tapparella, non mi trovi davanti il sole caldo che aspettavo, ma un'altra giornata nuvolosa. Eppure per me l'estate non è mai iniziata il 21 giugno. Per me l'estate inizia alla metà di maggio, quando non sopporto più i vestiti scuri e invernali, le scarpe pesanti. Quando ho voglia di serate all'aperto, di cene fuori, in cui ogni tanto arriva qualche pezzo di conversazione dei bambini del piano di sotto e sorridiamo, ripensando ad altre conversazioni, ad altre estati. 
Forse perché si passa più tempo fuori, l'estate è una stagione intensa, una stagione in cui spesso, quando finisce, ci si ritrova un po' diversi. Credo che per tutti ci sia stata qualche estate in cui abbiamo perso qualcosa di noi. Dopo siamo cresciuti, diventando sempre più simili alle persone che siamo oggi, ma dentro è rimasta una vaga nostalgia per tutto quello che sarebbe potuto essere e non è stato.
E allora mi viene in mente una poesia di Fernanda Pivano che credo esprima proprio questo senso di nostalgia. In fondo anche lei se ne andò in un giorno d'estate, la notizia della sua morte mi raggiunse su una spiaggia di Maiorca.

MORTE DI UNA STAGIONE
Piovve tutta la notte
Sulle memorie dell'estate.
Al buio uscimmo
Entro un tuonare lugubre di pietre
Fermi sull'argine reggemmo lanterne
A esplorare il pericolo dei ponti.
All'alba vedemmo le rondini
Sui fili fradici immote
Spiare cenni arcani di partenza
E le specchiavamo sulla terra
Le fontane dai volti disfatti.