sabato 26 ottobre 2019

Mio fratello Carlo - Enrico Vanzina

Poco più di un anno fa, quando morì Carlo Vanzina, rividi Via Montenapoleone. L'unica volta che l'avevo visto era stato al cinema, un sabato pomeriggio di molti anni prima. Eppure restai stupita di ricordarlo così bene. Era un film che coglieva l'essenza degli anni Ottanta e il clima che si respirava allora nella mia città. I fratelli Vanzina sono stati così: ci vedevano com'eravamo e ci raccontavano come ci vedevano.
Questo libro mi ha attirato subito. Un po' perché anch'io sono legatissima a mia sorella, un po' perché la scrittura di Enrico Vanzina mi era piaciuta molto in "La sera a Roma". Nonostante una scrittura semplice e essenziale però questo libro è un macigno. Lo si legge velocemente e nello stesso tempo è difficile da digerire. È un libro doppio, come doppie sono le copertine. È il racconto di una vita straordinaria e vissuta fino in fondo, dedicata alla grande passione per il cinema. Nello stesso tempo però è il racconto di un grande dolore, di tutto quello che poteva ancora essere e invece non sarà più.
È un libro insomma che bisogna leggere in quei periodi in cui si ha intorno una spessa corazza di gioia, che non si fa scalfire. Oppure bisogna leggerlo in quei momenti in cui si ha voglia di isolarsi nella malinconia di un autunno appena iniziato.

sabato 19 ottobre 2019

Noi i vivi - Ayn Rand

Pietrogrado puzzava di fenolo.
Una bandiera grigio-rosato, che era stata rossa, pendeva dall'intreccio di raggi d'acciaio. Alte travi salivano verso un soffitto di lastre di vetro grigie come l'acciaio per la polvere e il vento di molti anni; alcuni vetri erano rotti, bucati da fucili dimenticati, punte acuminate protese verso un cielo grigio come l'acciaio. Sotto la bandiera pendeva una frangia di ragnatele; sotto le ragnatele un enorme orologio da stazione con numeri neri su un quadrante giallo e senza lancette. Sotto l'orologio, una folla di facce pallide e soprabiti unti aspettava il treno.
Kira Argounova entrò a Pietrogrado dalla soglia di un carro bestiame. Stava dritta, immobile, con l'indifferenza elegante di un viaggiatore su un lussuoso transatlantico, con un abito azzurro stinto, con gambe magre, abbronzante, senza calze. Un vecchio pezzo di seta intorno al collo, e i capelli corti arruffati, e un berretto di lana con un ponpon giallo. Aveva una smorfia tranquilla e gli occhi spalancati in uno sguardo di sfida, curiosità, attesa solenne e preoccupata come un guerriero che entra in una strana città e si chiede se stia entrando da conquistatore o da prigioniero.




Ho rimandato a lungo il momento in cui iniziare a leggere Ayn Rand, perché non sapevo se mi sarebbe piaciuto il suo modo di scrivere e temevo che le sue storie mi avrebbero annoiato. Poi, due anni fa, in spiaggia, ho deciso di iniziare dal suo primo romanzo, l'unico, a quanto apprendo, che si svolge in Russia.
Ho faticato durante le prime cento pagine, procedendo lentamente e quasi svogliatamente. Sono passati circa vent'anni da quando ho letto "La madre" di Gorki e non mi aspettavo di ritrovarmi immersa in quelle stesse atmosfere, soprattutto non ero pronta per sprofondarci di nuovo. E poco importa se il libro di Gorki si svolge prima della rivoluzione e quello di AR dopo: non sembra essere cambiato molto. Addirittura un personaggio, Andrei, un eroe della rivoluzione, uno che era entrato nel partito quando questo poteva significare la Siberia, potrebbe essere l'erede di Pavel Blassov.
Ma questo, come spiega l'autrice nella prefazione, non è un libro sulla Russia e sulla rivoluzione russa: questo è un libro sulla lotta tra l'individuo e l'oppressione di uno Stato dittatoriale. Nell'introduzione ho letto infatti che Mussolini autorizzò un film tratto dal romanzo, in quanto lo riteneva una critica al comunismo. Pochi mesi dopo invece si trovò costretto a ritirarlo e vietarlo, in quanto la popolazione si era resa conto della similitudine con la propria situazione.
Ho detto che le prime cento pagine sono state faticose, ma devo aggiungere che da un certo punto in poi non avrei più voluto staccarmi dal libro, perché i personaggi e le loro vicende erano così interessanti e coinvolgenti che continuavo a pensare a loro anche quando facevo altro. E la protagonista, Kira, che all'inizio percepivo come antipatica e distaccata, mi ha ispirato compassione e a volte persino rabbia per le sue scelte.
È un'umanità difficile quella che viene descritta, un'umanità disperata, ed ognuno reagisce alla disperazione come può, magari diventando qualcosa di molto diverso da quello che sarebbe potuto essere se la sua vita avesse potuto essere diversa.


giovedì 3 ottobre 2019

Quel giorno - Valentina Farinaccio

Mi è bastato il titolo di questo libro per decidere che lo volevo, che lo dovevo leggere.
E mentre leggevo l'introduzione, in cui l'autrice racconta il suo viaggio lungo il Cammino, mi sono chiesta com'è potuto succedere che non abbia scoperto prima Valentina Farinaccio, con la sua scrittura limpida e leggera, che scorre dentro le storie e i pensieri dei suoi personaggi.  Personaggi che vengono colti in quei giorni, in quei momenti casuali, che sembrano uguali a tutti gli altri e "che non cambiano il mondo, ma che il mondo lo migliorano un poco".
E così si incontra il ragazzo che ha imparato a suonare il pianoforte, la tromba, la chitarra, nel momento in cui sta per entrare in una vera band e davanti a lui c'è John, il cantante, che "lo guarda dall'alto verso il basso, anche se il più basso è lui". E c'è Elsa, sul molo Beverello, insieme a suo marito, che sta per andare a Procida, e immagina il figlio che non hanno avuto, o forse invece è un ragazzo che è sempre stato lì, che è cresciuto lì, su quell'isola selvaggia. Anche un'altra donna pensa a suo figlio, quel figlio reale, che non ha potuto tenere, perché suo padre non voleva un nipote metà musulmano. Un figlio rifiutato due volte, perché i primi genitori adottivi volevano una femmina e lui era un maschio, ma avrebbe imparato "a mangiarsi la vita, come fosse una mela".
E poi ho trovato una storia che amo molto, quella di Annie e di Alvy, che si intreccia con quella di Diane e di Woody. "Perché tutte le grandi storie d'amore hanno un incontro in cui ci si lascia, un incontro che ha tutte le struggenti sembianze dell'ultimo, ma che poi ultimo non è mai. Ci si trova sempre un'altra volta, un giorno per caso, quando ci si è già lasciati da un pezzo e, nel rivedersi, ci si accorge che forse sì, ci si è proprio lasciati davvero." Come Marina e Frank, che si sono lasciati sulla Grande Muraglia. Ma ci sono anche Rita e il ragazzo che a una festa la invitò a ballare, che non si sono lasciati più.