lunedì 23 novembre 2020

Il dono - Vladimir Nabokov

 In una giornata dal cielo coperto ma luminosa, qualche minuto prima delle 4 pomeridiane del 1° aprile 192... (un critico straniero ha fatto rilevare che molti romanzi, per esempio tutti quelli tedeschi, iniziano con una data, ma solo gli autori russi, in virtù dell'originale onestà della nostra letteratura, tacciono l'ultima cifra) all'altezza del n. 7 di Tannenbergstrasse, in un quartiere occidentale di Berlino, si fermò un furgone per traslochi molto lungo e molto giallo, aggiogato a un altrettanto giallo trattore affetto da ipertrofia delle ruote posteriori e con le forme impudicamente esposte. Sulla fronte del furgone si scorgeva la stella di un ventilatore, e lungo tutta la fiancata correva il nome di una ditta di traslochi, scritto in cubitali lettere turchine ognuna delle quali (compreso il quadrato di un punto) aveva il bordo sinistro profilato di nero: disonesto tentativo di penetrare nella dimensione successiva.


"Il dono" (Dar il titolo originale) è l'ultimo romanzo russo di Nabokov, il romanzo con cui l'autore si congeda dalla letteratura russa ("Rinuncerò a tutto quello che ho - la mia lingua") e forse è anche il primo romanzo russo del Novecento. Lo lessi più di vent'anni fa e sono contenta di averlo letto allora, quando avevo letto da poco Puškin e Gogol, altrimenti avrei perso molte delle sfumature e dei rimandi che lo fanno grande, in un dialogo continuo con la letteratura russa che l'ha preceduto. Un romanzo ma anche un genere nuovo, che unisce il saggio e l'autobiografia. Un gioco e un libro monumentale, fatto di specchi e di riflessi.

Ma c'è anche qualcosa che punta al futuro, c'è la scena in cui il mellifluo Ščëgolev, l'antisemita che ha sposato una vedova, il cui primo marito non gli avrebbe permesso di mettere piede in casa sua, dice al protagonista: «Eh, che romanzetto tirerei giù se avessi un pochettino di tempo!... un maschio vecchio ma ancora nel pieno delle forze, focoso, assetato di felicità, conosce una vedovella con una figlia che è ancora una bambinetta...»



In seguito Nabokov pubblicò ancora in russo "Invito a una decapitazione" e una novella che negli anni successivi riscrisse in inglese, ampliandola e approfondendo alcune parti. Un "romanzetto" che forse gli costò il Nobel, per l'argomento immorale e per il modo in cui trattò l'argomento, ma se "Il dono" lo fece uscire dalla letteratura russa, Lolita lo fece entrare in quella americana.

Nessun commento: