domenica 21 febbraio 2021

Il silenzio - Don DeLillo

Un anno fa, poco prima che il mondo si fermasse per il covid, Don DeLillo scrisse "Il silenzio", immaginando il mondo che si ferma nella domenica del Super Bowl del 2022, a causa di un blocco improvviso della tecnologia. C'è un forte contrasto tra un mondo che si ferma davanti agli schermi bianchi, che non si riprendono, e il nostro mondo fermo davanti a schermi che sono diventati spesso l'unico mezzo di connessione. È lo stesso contrasto tra le strade affollate da persone che vagano smarrite e lo smarrimento delle nostre città vuote.

È un libro sul silenzio, ma il silenzio della tecnologia fa emergere le "schegge di umanità", le voci dei personaggi, il filo dei loro diversi pensieri, che si sfiorano ma non si incontrano, come le loro vite, che scorrono vicine, si incrociano ma restano lontane («Nella camera Tessa pensa di tornare a casa, di essere a casa, il luogo in cui alla fine non si vedono l'un l'altra, si passano accanto, dicono cosa quando l'altro parla, consapevoli soltanto dell'essere familiare che fa rumore da qualche parte lì accanto»).

I dialoghi surreali mi hanno riportato a quelli del teatro dell'assurdo, e mentre leggevo mi è sembrato proprio di essere tornata a teatro, dopo tutto questo tempo. Sarà per questo, perché in qualche modo chiudere il libro mi ha ridato quella sensazione di quando le luci si accendono a teatro e ci si alza dalla poltrona con la testa piena di tutte le immagini e le parole a cui si ha appena assistito, ma a me è piaciuto tantissimo.


mercoledì 17 febbraio 2021

La notte delle ninfee -Luca Ricolfi

 


Durante la guerra si pensa solo a come andrà a finire.

E si rimanda la vita.


Luca Ricolfi ha scelto di introdurre il suo libro, "La notte delle ninfee", con queste parole, tratte da Cassandra di Christa Wolf. Cassandra è un libro bellissimo, non mi ricordavo però di queste parole, come se non fossero mai passate sotto i miei occhi, e non è così strano, visto che l'ho letto più o meno trentacinque anni fa. In questi anni però non ho mai dimenticato un'altra frase: «fu sempre così: ogni volta che respiravamo la stessa aria, la vita riaffluiva nell'involucro che era il mio corpo.» È sempre la vita, ma nella prima citazione sembra normale metterla in pausa, in attesa di tempi migliori. Nella seconda invece mi è sempre sembrato che ci fossero la voglia e la gioia di viverla il più possibile, per non essere un involucro vuoto.

Da qui credo che nascano i diversi punti di vista, quello mio e quello di Ricolfi. Alla lunga questa sua ostinazione a bloccare la vita l'ho trovata un po' insopportabile, eppure il libro mi è piaciuto. Mi è piaciuta la metafora del pescatore che non si decide ad eliminare le ninfee dallo stagno e le lascia proliferare fino a quando lo riempiono completamente. Mi è piaciuto il rigore scientifico con cui supporta le sue tesi, molto lontano dai dati spesso fuorvianti e contrastanti con cui siamo stati bombardati nell'ultimo anno.

È interessante la ricostruzione dello schema con cui è stata affrontata la prima ondata, con una fase di rassicurazione al limite della negazione, seguita da una fase di terrorismo. Lo stesso identico schema con cui è stata affrontata la seconda fase e che è facile ritrovare anche nella gestione delle varianti di questi giorni, quando, dopo aver annunciato la riapertura degli impianti sciistici, si è deciso per una chiusura all'ultimo momento. 

È un libro di critica seria, che confronta la situazione italiana con quella degli altri paesi, senza fare sconti a nessuno. A leggerlo ho impiegato un po' più delle due ore che aveva calcolato Totò Merumeni  quando me l'aveva consigliato, perché mi sono attardata tra i grafici e i dati.

Sono d'accordo con Ricolfi che non esista il dilemma tra salute e economia e che gli interventi debbano essere tempestivi per salvare l'una e l'altra, ma mi sembra che non si renda conto che l'economia è un mezzo per sostenere la salute (dobbiamo pagare il personale, i macchinari, le cure per i malati di covid e di altro, i vaccini...). La sua impostazione di eccessiva prudenza mi lascia distante da certe posizioni e mi ha un po' irritato la puzza sotto il naso con cui giudica l'ideologia europea, che fatica a mettere in discussione il commercio internazionale e la circolazione delle persone (ma che senso avrebbe allora la UE?), oppure chiunque sia portatore di interessi economici, come se avere una rendita che permetta di non lavorare possa essere una garanzia di onestà intellettuale.

domenica 7 febbraio 2021

Uno sguardo su Houellebecq

 Qualche volta mi sveglio di notte, mi guardo allo specchio: osservo il mio volto, cerco di vedere quello che vedono gli altri e che li inquieta. Non sono molto bello, è sicuro, ma non sono il solo. Dev'essere qualcos'altro. Lo sguardo? Forse lo sguardo. L'unica cosa che non si vede nello specchio è il proprio sguardo.


Non so per quale motivo per tanto tempo ho evitato di leggere Houellebecq, sicuramente però l'aspetto fisico ha influito, sicuramente se me lo fossi trovato accanto in metropolitana avrei cambiato posto. Eppure è proprio sbirciando il suo vicino sulla metropolitana che Houellebecq scrive la "Commedia metropolitana", uno dei testi più divertenti della raccolta "Interventions 2020", una raccolta di testi (articoli, saggi, interviste, prefazioni di libri di altri autori) scritti tra il 1992 e il 2020:


mi sono sforzato in questi testi di persuadere i miei lettori della validità dei miei punti di vista, raramente sul piano politico, più spesso su diversi «aspetti della società», ogni tanto sul piano letterario.


Sono testi che vanno dalla stroncatura di Prévert («qualcuno le cui poesie si studiano a scuola»), alla pecora Dolly,; viene riportato il brano, già pubblicato in Lanzarote, che inizia con «la letteratura non serve a niente», fino ad arrivare a quell'«un po' peggio» che in primavera ha stranamente reso un po' meno peggio il mio lockdown. Non sempre sono d'accordo con Houellebecq e con il suo punto di vista, non lo sono soprattutto sul caso Vincent Lambert, l'ultimo brano della raccolta, eppure ho letto questo libro con molto gusto e ho apprezzato la scrittura e l'ironia di uno scrittore che non è mai banale. Uno scrittore che riesce a scrivere un articolo bellissimo persino sulla pedofilia («l'adolescenza nelle nostre società contemporanee non è uno stato secondario e passeggero; è al contrario lo stato nel quale, invecchiando a poco a poco nel nostro essere fisico, noi siamo oggi, e praticamente fino alla nostra morte, condannati a vivere»). 


Ho scoperto Houellebecq quattro anni fa con Sottomissione e ho trovato particolarmente interessanti le interviste in cui parla di questo libro:


La costruzione di Sottomissione, seppur di grande semplicità, è stata poco percepita. Ho progressivamente tolto tutto al mio personaggio, l'ho spogliato: della sua compagna Myriam, dei suoi genitori, di un lavoro che gli dava malgrado tutto qualche soddisfazione e una certa vita sociale, persino della sua possibile conversione, con il fallimento di quella a Rocamadour, e per finire gli ho tolto Huysmans (ho in effetti osservato che quando si ha l'impressione di aver scritto a fondo su un autore come il mio narratore su Huysmans, si arriva a non leggerlo più). Quando togli tutto a qualcuno, esiste ancora? Con il suo ottimismo bizzarro, Descartes risponderebbe senza esitare di sì. Io però non penso la stessa cosa: essere, è essere in relazione. Non credo all'individuo libero, solo. Riduco quindi il mio personaggio, l'anniento. Allora perché avrebbe una libertà di pensiero? Perché semplicemente non aderire a quello che gli viene proposto? 


Forse Houellebecq non è il miglior scrittore di questa epoca, però è quello che ha visto meglio i lati oscuri di un'umanità stanca, apatica, indebolita dal proprio benessere e dalla propria libertà, al punto di arrivare a disprezzare quel benessere e quella libertà, un'umanità senza scampo perché in fuga da se stessa. È uno scrittore scomodo perché coglie e scrive in modo chiaro quello che tutti percepiscono ma nessuno ha voglia di pensare. Eh si, forse è proprio una questione di sguardo.


sabato 2 gennaio 2021

Anime nascoste - Stefano Zecchi

Questo romanzo, che inizia nella sala d'attesa di un ospedale, è la storia di un uomo che si è chiuso nel proprio mondo, tra gli oggetti antichi e preziosi del suo negozio di antiquario. Un uomo che ha sempre cercato la bellezza e che spesso l'ha trovata inestricabilmente legata al male. È un romanzo sui miti del passato, che in realtà sono solo persone, su una giovinezza vissuta sempre un po' di lato, restandone in qualche modo al di fuori, e sulla possibilità di ritrovarla attraverso un figlio, attraverso un rapporto che si porta dietro la complicazione di crescere il figlio di un altro. 

È il primo libro che leggo di Stefano Zecchi e mi è piaciuto moltissimo perché è scritto molto bene, perché i vari strati della vita si incrociano in modo naturale. E poi la storia si muove tra quattro città che mi mancano, soprattutto la mia, che non so più se tornerà quella che era.


martedì 29 dicembre 2020

La dolce indifferenza del mondo - Peter Stamm


Non conoscevo questo scrittore ma, dopo aver letto un bellissimo post su LLC, l'ho comprato e l'ho letto in pochissimi giorni.

Una scrittura lieve, in cui le pagine scorrono seguendo il ritmo della lunga passeggiata di Cristofer, uno scrittore di mezza età, e Lena, la ragazza identica alla donna di cui Cristofer è stato innamorato molti anni prima. Nessuno dei due ama tornare indietro, ripercorrere la strada già fatta, e così procedono camminando, fermandosi ogni tanto in un bar, in una biblioteca, tornando indietro soltanto nel racconto della propria storia.

È un gioco di doppi, di identità che si perdono e si ritrovano, che per certi aspetti mi ha fatto ripensare a Stiller di Max Frisch, nonostante la storia qui sia molto diversa. E forse le storie, nonostante l'illusione di poterle mettere a posto, aggiustando qualche pezzo, finiscono sempre come devono finire. Come le passeggiate portano sempre sulle rive di un lago e da qualche parte inizia un'altra storia con una torta a tre piani.

sabato 26 dicembre 2020

Alessandro e il topo magico - Martha Sanders

Oggi mi sono svegliata pensando alla Vecchia Signora. Non so se sia stato il mio primo libro, ma sicuramente è quello che io e mia sorella abbiamo amato di più da bambine. Ce lo regalò mio nonno e, siccome non sapevamo ancora leggere, chiedevamo sempre a mia nonna di leggerlo per noi. "Ma ancora la Vecchia Signora? Non c'è un altro libro?" si ribellava ogni tanto. E no, a noi piaceva la Vecchia Signora, che con i suoi abiti eleganti, l'aspetto gentile ma fermo, il campanellino con cui chiamava tutti a raccolta, rubava la scena all'alligaore Alessandro, protagonista di un gesto eroico.

La Vecchia Signora viveva ritirata nella sua grande casa vittoriana, circondata dagli oggetti e dagli animali che si era portata dietro dai numerosi viaggi, quando era una Giovane Signorina.

Anni fa un amico, appena tornato dal Nepal, si lamentò di non sopportare più di mangiare yak, lo guardai inorridita. "Hai mangiato lo yak?" mi scandalizzai. Per me lo yak sarà sempre una dolce capretta profumata, comodamente seduta nel salotto della Vecchia Signora.



Lo spiraglio su quella vita da Giovane Signorina era la parte più interessante della storia, quella che lasciava intravedere una vita avventurosa e piena, di cui la Vecchia Signora aveva saputo conservare il meglio, prima di ritirarsi nella tranquillità di una vecchiaia fatta di chiacchierate e tè con i suoi animali. 

Me ne sono resa conto stamattina per la prima volta: senza tante storie, con naturalezza, già negli anni Settanta la Vecchia Signora aveva infranto gli stereotipi delle fiabe di una volta, facendoci venire voglia di viaggiare, di scoprire posti nuovi, e di apprezzare il ritorno a casa.

sabato 19 dicembre 2020

Borgo Sud - Donatella Di Pierantonio

La pioggia si è rovesciata sulla festa senza il preavviso di un tuono, nessuno tra gli invitati aveva visto le nuvole addensarsi sopra le colline scure di boschi. Eravamo seduti alla lunga tavola sul prato quando l'acqua ha cominciato a colpirci. Mangiavamo gli spaghetti alla chitarra, le bottiglie erano già smezzate. Al centro della tovaglia ricamata odorava la corona di alloro che Piero si era tolto dopo le fotografie. Alle prime gocce ha guardato il cielo e poi me che gli stavo accanto. Si era liberato di giacca e cravatta, aveva aperto il collo della camicia e arrotolato le maniche fino ai gomiti: la sua pelle irradiava salute, splendore. Aveva dormito poco, e io con lui, solo verso il mattino. Per qualche istante al risveglio non avevo più saputo chi ero, chi amavo, e che iniziava un giorno felice.


Con "Borgo Sud" Donatella Di Pierantonio torna ai personaggi del romanzo con cui ha vinto il Campiello, "L'arminuta". Anche questo è il romanzo di un ritorno, ma parecchi anni dopo, quando la protagonista e sua sorella Adriana sono ormai donne adulte, tante cose sono successe e il loro rapporto, forte e inscindibile, è a volte ingombrante, sempre difficile, ma resta l'unico punto fermo nella confusione della vita. È un racconto delicato, fatto di ricordi che affiorano lentamente, che mescolano i diversi piani temporali. Un romanzo breve, che si legge in pochi giorni, ma dal quale si fa fatica a staccarsi.