Stamattina ho letto che quest'anno ricorre il centenario della nascita di Natalia Ginzburg. Ho letto anche che a Torino stanno organizzando una serie di eventi e mi dispiace non riuscire ad andare a Torino e non poter partecipare a nessuno. Perché per me Natalia Ginzburg è una delle più grandi scrittrici italiane del Novecento.
Non solo per "Lessico famigliare", che lessi da bambina e che ricordo ancora, ma anche per "La strada che va in città" e "Tutti i nostri ieri". E soprattutto per "Le piccole virtù", libro scoperto grazie ad un brano riportato sull'antologia delle medie, i cui saggi ho letto e riletto innumerevoli volte. E anche stamattina, invece di uscire nella pioggia per andare al lavoro, avrei voluto sedermi in cucina e rileggerne alcune parti.
mercoledì 11 maggio 2016
lunedì 7 marzo 2016
8 marzo
La festa della donna mi ha sempre messo tristezza. Ho sempre trovato deprimenti le orde di donne urlanti, entusiaste di imitare gli atteggiamenti maschili peggiori. E ho sempre trovato imbarazzante commemorare la morte di tante donne festeggiando.
Non mi è mai piaciuta nemmeno la mimosa, fiore di un colore che mi sta malissimo e che si sbriciola, lasciando le punte delle dita gialle. Molto fastidioso. Come tutte le tragedie, di cui sono vittime anche ma non solo le donne, che si potrebbero evitare, ma non si evitano, in nome di un buonismo che se ne frega.
Non mi è mai piaciuta nemmeno la mimosa, fiore di un colore che mi sta malissimo e che si sbriciola, lasciando le punte delle dita gialle. Molto fastidioso. Come tutte le tragedie, di cui sono vittime anche ma non solo le donne, che si potrebbero evitare, ma non si evitano, in nome di un buonismo che se ne frega.
venerdì 31 luglio 2015
Carthage di Joyce Carol Oates
Non so quando verrà tradotto questo romanzo e con quale titolo ma spero che, trattandosi del nome di una città, venga mantenuto l’originale.
In internet ho trovato diverse città americane con questo nome, ma, anche se la Carthage in questione si trova nello stato di New York, è inevitabile il rimando alla Cartagine fenicia, con il suo splendore e la successiva rovina.
Ho iniziato questo libro, che da tempo stazionava sulla mia libreria, perché, dopo un saggio di Heine sulle donne di Shakespeare, avevo bisogno di una trama forte. In effetti, la trama in questione è più che forte, coinvolgente e intensa, a tratti devastante. Casualmente poi due personaggi portano il nome di due donne shakespeariane, Juliet e Cressida, le sorelle Mayfield, figlie di Zeno, avvocato ed ex sindaco della città. Due sorelle molto diverse sia fisicamente che caratterialmente, costrette nei ruoli della bella e dell’intelligente.
La vicenda inizia con la scomparsa di Cressida e la successiva confessione del suo omicidio da parte dell’ex fidanzato di Juliet, veterano della guerra in Iraq, tornato mutilato nel corpo e nella psiche.
E’ la psiche dei personaggi il vero terreno su cui si snoda il thriller e Cressida è per me uno dei personaggi più complessi. Ragazza difficile, a cui non importa nulla della bellezza, ma che, prigioniera della propria bruttezza, vorrebbe essere adorata per quello che è, nel modo in cui sua sorella viene adorata per la bellezza. Forse geniale (interessante il suo progetto universitario su Frankenstein) fallisce proprio dove dovrebbe eccellere.
Gli altri personaggi, quelli che le sopravvivono, vengono visti al momento della sparizione, in bilico tra la speranza di ritrovarla viva e la disperazione di chi arriva troppo tardi, e sette anni dopo. Perché, quando si verifica una morte in una famiglia, è come un terremoto, i rapporti si riallineano. Questo è quello che pensa Zeno, il padre, il politico, un uomo abituato ad essere al centro del proprio mondo e che poi, proprio da quel mondo, verrà messo da parte. Il suo nome è lo stesso di Zenone, il filosofo del paradosso del finito nell’infinito. Un paradosso che per Cressida significa desiderare ardentemente.
Meno spazio è dedicato ad Arlette, la madre, che resta però un personaggio incisivo, capace di grande forza dietro un’apparente fragilità.
Particolarmente forti sono le pagine dedicate al colpevole, il veterano di guerra, l’ex fidanzato, quasi un membro della famiglia, con i suoi ricordi di guerra che si affacciano durante gli anni di carcere.
Ero arrivata quasi alla fine e avevo voglia di divorare le ultime pagine, invece sono state forse quelle che ho letto più lentamente perché, nonostante sia un romanzo corale, in cui vengono esplorati i diversi punti di vista sugli stessi avvenimenti, la parte dedicata a Juliet è davvero l’altra faccia della storia. Ed è lei a porre il dubbio se un artista (o presunto tale) abbia il diritto, in nome del proprio dono (o dannazione?) di sconvolgere le vite degli altri.
In internet ho trovato diverse città americane con questo nome, ma, anche se la Carthage in questione si trova nello stato di New York, è inevitabile il rimando alla Cartagine fenicia, con il suo splendore e la successiva rovina.
Ho iniziato questo libro, che da tempo stazionava sulla mia libreria, perché, dopo un saggio di Heine sulle donne di Shakespeare, avevo bisogno di una trama forte. In effetti, la trama in questione è più che forte, coinvolgente e intensa, a tratti devastante. Casualmente poi due personaggi portano il nome di due donne shakespeariane, Juliet e Cressida, le sorelle Mayfield, figlie di Zeno, avvocato ed ex sindaco della città. Due sorelle molto diverse sia fisicamente che caratterialmente, costrette nei ruoli della bella e dell’intelligente.
La vicenda inizia con la scomparsa di Cressida e la successiva confessione del suo omicidio da parte dell’ex fidanzato di Juliet, veterano della guerra in Iraq, tornato mutilato nel corpo e nella psiche.
E’ la psiche dei personaggi il vero terreno su cui si snoda il thriller e Cressida è per me uno dei personaggi più complessi. Ragazza difficile, a cui non importa nulla della bellezza, ma che, prigioniera della propria bruttezza, vorrebbe essere adorata per quello che è, nel modo in cui sua sorella viene adorata per la bellezza. Forse geniale (interessante il suo progetto universitario su Frankenstein) fallisce proprio dove dovrebbe eccellere.
Gli altri personaggi, quelli che le sopravvivono, vengono visti al momento della sparizione, in bilico tra la speranza di ritrovarla viva e la disperazione di chi arriva troppo tardi, e sette anni dopo. Perché, quando si verifica una morte in una famiglia, è come un terremoto, i rapporti si riallineano. Questo è quello che pensa Zeno, il padre, il politico, un uomo abituato ad essere al centro del proprio mondo e che poi, proprio da quel mondo, verrà messo da parte. Il suo nome è lo stesso di Zenone, il filosofo del paradosso del finito nell’infinito. Un paradosso che per Cressida significa desiderare ardentemente.
Meno spazio è dedicato ad Arlette, la madre, che resta però un personaggio incisivo, capace di grande forza dietro un’apparente fragilità.
Particolarmente forti sono le pagine dedicate al colpevole, il veterano di guerra, l’ex fidanzato, quasi un membro della famiglia, con i suoi ricordi di guerra che si affacciano durante gli anni di carcere.
Ero arrivata quasi alla fine e avevo voglia di divorare le ultime pagine, invece sono state forse quelle che ho letto più lentamente perché, nonostante sia un romanzo corale, in cui vengono esplorati i diversi punti di vista sugli stessi avvenimenti, la parte dedicata a Juliet è davvero l’altra faccia della storia. Ed è lei a porre il dubbio se un artista (o presunto tale) abbia il diritto, in nome del proprio dono (o dannazione?) di sconvolgere le vite degli altri.
sabato 30 maggio 2015
Martin Walser
"Già avere un ruolo, o desiderare un ruolo nella storia dell'umanità, è l'inizio di un grande crimine..." scrive Martin Walser nel suo racconto "Autoritratto come romanzo criminale". Racconto psicologico e privo di azione, con un protagonista che ha commesso un "crimine innocuo". E l'autore stesso arriva poi a chiedersi se un crimine possa mai essere innocuo. Si tratta di un racconto interamente retto dalla prosa e dalle considerazioni di Walser, racconto breve, di cinque pag...ine soltanto, che pure riesce a far amare questo autore, le cui opere sono quasi introvabili in Italia, addirittura poco tradotte, nonostante si tratti di uno dei più grandi scrittori tedeschi del dopoguerra. Forse il più grande della sua generazione, salutato qualche volta come il nuovo Thomas Mann.
Eppure anch'io, nel leggere il suo racconto, ho delle riserve, come se il mio inconscio premesse per frenare l'entusiasmo. Perché l'ombra che grava su di lui è pesante. Ma quanto influisce sull'opera di uno scrittore, o più in generale sull'opera di un artista, il suo vissuto?
Io per prima ho detto tante volte che non conta nulla, che la storia della letteratura è piena di uomini meschini e torbidi, che pure hanno scritto opere grandiose. Eppure molte carriere artistiche sono state stroncate dai comportamenti e dalle convinzioni degli artisti stessi. Forse è sempre più difficile scindere l'artista dall'uomo quando si tratta di un contemporaneo. Se ad un artista del passato si può persino arrivare a perdonare un assassinio, a volte è difficile perdonare ad un contemporaneo anche una banale ed innocua antipatia.
Eppure anch'io, nel leggere il suo racconto, ho delle riserve, come se il mio inconscio premesse per frenare l'entusiasmo. Perché l'ombra che grava su di lui è pesante. Ma quanto influisce sull'opera di uno scrittore, o più in generale sull'opera di un artista, il suo vissuto?
Io per prima ho detto tante volte che non conta nulla, che la storia della letteratura è piena di uomini meschini e torbidi, che pure hanno scritto opere grandiose. Eppure molte carriere artistiche sono state stroncate dai comportamenti e dalle convinzioni degli artisti stessi. Forse è sempre più difficile scindere l'artista dall'uomo quando si tratta di un contemporaneo. Se ad un artista del passato si può persino arrivare a perdonare un assassinio, a volte è difficile perdonare ad un contemporaneo anche una banale ed innocua antipatia.
lunedì 20 aprile 2015
La colazione della domenica
Di solito, alla domenica mattina, leggo Io Donna del giorno precedente. Di solito non leggo mai l'articolo dell'ultima pagina, quello della Dandini, perché la Dandini mi annoia in televisione, figuriamoci in un articolo. Ieri però, chissà perché, l'ho letto. All'inizio mi era sembrato completamente inutile, visto che commentava una pubblicità (che io non ho mai visto) in cui una donna si appassiona al tablet quando scopre di poter fare shopping. La Dandini lamentava che "orma...i le donne possono acquistare anche bulloni e chiavi inglesi, non solo borsette e abitini". Ok, e allora? Una donna che acquista chiavi inglesi e bulloni è più evoluta di una che acquista una borsetta? Una donna che gira in tuta da meccanico è più intelligente di una che compra abitini? Io ho forti dubbi.
Più avanti però l'ho trovato fastidioso e offensivo nei confronti delle donne italiane perché la Dandini ipotizzava che questo spot fosse confezionato per l'Italia, la Grecia, la Turchia e altri paesi poveracci. Mentre per i paesi più "evoluti" si erano sicuramente inventati di meglio.
Per fortuna una risposta l'ha data Armani qualche pagina prima, quando spiega cosa significhi vestire le donne milanesi: "Visto che la donna milanese è un tipo di donna internazionale, lavorare e piacere a lei significa lavorare e piacere al mondo".
Che il buongusto e il senso estetico per gli abitini siano anche lo specchio di una maggior apertura mentale?
Più avanti però l'ho trovato fastidioso e offensivo nei confronti delle donne italiane perché la Dandini ipotizzava che questo spot fosse confezionato per l'Italia, la Grecia, la Turchia e altri paesi poveracci. Mentre per i paesi più "evoluti" si erano sicuramente inventati di meglio.
Per fortuna una risposta l'ha data Armani qualche pagina prima, quando spiega cosa significhi vestire le donne milanesi: "Visto che la donna milanese è un tipo di donna internazionale, lavorare e piacere a lei significa lavorare e piacere al mondo".
Che il buongusto e il senso estetico per gli abitini siano anche lo specchio di una maggior apertura mentale?
martedì 11 novembre 2014
Heinrich Heine
Ci sono libri che rendono felici solo per il fatto di stare nella borsa e aspettare il momento in cui avremo tempo di leggerli. Ed è così anche se è lunedì e ti sei svegliata alle 6.30 e piove a dirotto.
In effetti è stato in un tardo pomeriggio d'autunno che ho incontrato Heinrich Heine. Era l'anno della maturità, circa dodici mesi prima della caduta del muro di Berlino, quando la Germania era ancora divisa in due, e dalle pagine del libro di letteratura tedesca apparve il poeta di Düsseldorf, ugualmente detestato e volutamente ignorato da entrambe le parti.
Eppure quella sera, mentre leggevo la sua vita, le sue poesie, i suoi aforismi, mi parve talmente vicino a me e alla malinconia dell'autunno che mai più sarei riuscita a liberarmi di lui. Heine per me è la quintessenza della letteratura. È noto soprattutto come poeta, perché le poesie sono riuscite in qualche modo a sfuggire alla damnatio memoriae operata dai suoi connazionali, ma è stato anche scrittore, giornalista, saggista, critico. Non c'è ramo della letteratura in cui non abbia prestato il suo contributo, con la ricchezza della sua arte, pervasa di delusione, amarezza, ma sempre ironica e capace di strappare un sorriso nel momento in cui il lettore meno se l'aspetta.
Per qualche tempo girai per le librerie cercando i suoi libri. Mi andava bene qualsiasi cosa, volevo soltanto andare oltre i brani riportati sui libri di letteratura. Ma i commessi delle librerie mi guardavano perplessi. Non conoscevano quel nome, anche se apparteneva ad un poeta paragonabile a Goethe. "Con l'eccezione di Goethe," scrive Marcel Reich Ranicki, "a nessun singolo lirico tedesco è toccata una popolarità anche solo approssimativamente vasta quanto la sua".
Poi finalmente un giorno, per caso, mi ritrovai davanti "Notti fiorentine". Frammento, racconto in prosa che forse più di ogni altro rappresenta il suo autore, mescolando aspetti onirici e gotici a cronache della vita del tempo. L'ho riletto in questi giorni, insieme a "Memorie di Schnabelewopski", perché cercavo una citazione, perché era passato tanto tempo, o forse, semplicemente, perché rileggere i suoi scritti è sempre come leggere qualcosa di nuovo. Perché Heine è soprattutto l'autore dei contrasti, la cui arte è impossibile da definire, tanto che Laura Mancinelli dà la colpa a questa complessità della sua opera se su di lui è caduto un macigno di silenzio. Eppure credo che nessun autore abbia saputo farsi amare così tanto e trasmettere altrettante emozioni attraverso il tempo. "L'ho sentito al mio fianco alla stregua di mio contemporaneo e alleato, di amico geniale, anche se talvolta un po' inaffidabile," scrive ancora Marcel Reich Ranicki. È successo a lui, a Sissi e anche a me.
In effetti è stato in un tardo pomeriggio d'autunno che ho incontrato Heinrich Heine. Era l'anno della maturità, circa dodici mesi prima della caduta del muro di Berlino, quando la Germania era ancora divisa in due, e dalle pagine del libro di letteratura tedesca apparve il poeta di Düsseldorf, ugualmente detestato e volutamente ignorato da entrambe le parti.
Eppure quella sera, mentre leggevo la sua vita, le sue poesie, i suoi aforismi, mi parve talmente vicino a me e alla malinconia dell'autunno che mai più sarei riuscita a liberarmi di lui. Heine per me è la quintessenza della letteratura. È noto soprattutto come poeta, perché le poesie sono riuscite in qualche modo a sfuggire alla damnatio memoriae operata dai suoi connazionali, ma è stato anche scrittore, giornalista, saggista, critico. Non c'è ramo della letteratura in cui non abbia prestato il suo contributo, con la ricchezza della sua arte, pervasa di delusione, amarezza, ma sempre ironica e capace di strappare un sorriso nel momento in cui il lettore meno se l'aspetta.
Per qualche tempo girai per le librerie cercando i suoi libri. Mi andava bene qualsiasi cosa, volevo soltanto andare oltre i brani riportati sui libri di letteratura. Ma i commessi delle librerie mi guardavano perplessi. Non conoscevano quel nome, anche se apparteneva ad un poeta paragonabile a Goethe. "Con l'eccezione di Goethe," scrive Marcel Reich Ranicki, "a nessun singolo lirico tedesco è toccata una popolarità anche solo approssimativamente vasta quanto la sua".
Poi finalmente un giorno, per caso, mi ritrovai davanti "Notti fiorentine". Frammento, racconto in prosa che forse più di ogni altro rappresenta il suo autore, mescolando aspetti onirici e gotici a cronache della vita del tempo. L'ho riletto in questi giorni, insieme a "Memorie di Schnabelewopski", perché cercavo una citazione, perché era passato tanto tempo, o forse, semplicemente, perché rileggere i suoi scritti è sempre come leggere qualcosa di nuovo. Perché Heine è soprattutto l'autore dei contrasti, la cui arte è impossibile da definire, tanto che Laura Mancinelli dà la colpa a questa complessità della sua opera se su di lui è caduto un macigno di silenzio. Eppure credo che nessun autore abbia saputo farsi amare così tanto e trasmettere altrettante emozioni attraverso il tempo. "L'ho sentito al mio fianco alla stregua di mio contemporaneo e alleato, di amico geniale, anche se talvolta un po' inaffidabile," scrive ancora Marcel Reich Ranicki. È successo a lui, a Sissi e anche a me.
giovedì 22 maggio 2014
La gita delle ragazze morte
Ero alla Mondadori con mia sorella, quando per caso l'ho visto. "Un libro allegro," ha commentato mia sorella. Il titolo in effetti è macabro, ma non me ne importava niente, nemmeno avevo mai sentito nominare questo racconto, soltanto ero interessata a lei: Anna Seghers, un'autrice a cui non avevo mai prestato molta attenzione, preferendo la sua amica Christa Wolf. Per anni infatti mi ero imbattuta nella sua foto sul libro di letteratura tedesca, senza che mi venisse voglia di approfondire la scrittrice marxista che mi guardava, con i capelli raccolti sulla nuca. La stessa scrittrice che, con la stessa pettinatura, ma i capelli completamente bianchi, parlava con Thomas Mann qualche pagina più in là.
Poi qualche mese fa ho letto "La mia vita" di Marcel Reich-Ranicki e Anna Seghers, per la prima volta, ha iniziato ad incuriosirmi. A suscitare la mia curiosità non è stato tanto il racconto di MRR che leggeva appassionatamente "La settima croce" nel carcere di Varsavia, quanto l'aneddoto del suo successivo incontro con la Seghers, quando lei respinse i suoi complimenti, sostenendo di aver ricalcato la struttura de "I promessi sposi". Il grande critico lesse allora il romanzo italiano e, non trovando nessuna attinenza, concluse che gli scrittori capiscono la letteratura quanto gli uccelli l'ornitologia.
In mancanza de "La settima croce", mi sono per il momento accontentata di questo breve racconto, che è anche uno dei rari testi autobiografici della Seghers. L'edizione Marsilio ha poi il vantaggio del testo originale a fronte.
La traduzione italiana di Rita Calabrese è ottima e non altera il ritmo della prosa originale, nonostante la Calabrese avverta nella prefazione riguardo l'impossibilità di rendere alcune sfumature. La patria della Seghers, per esempio, è Heimat, il che costituisce una presa di distanza dal termine "nazista" Vaterland.
Il racconto è breve, eppure denso e ricco di personaggi. L'autrice li osserva con malinconia per quel giorno lontano, in cui i loro problemi erano gli stessi di tutti gli adolescenti e il loro mondo era ancora intatto, il loro paese indiviso. Con stupore si chiede poi come sia possibile che il loro futuro sia stato proprio quello.
Su tutte le ragazze, spiccano Marianne e Leni, amiche come "vere sorelle", ma che poi si troveranno su fronti opposti. Ci sono ragazzi che solo qualche anno dopo cadranno in guerra, ma a loro verrà risparmiato il destino dei sopravvissuti, che saranno costretti ad esporre la bandiera con la svastica per non perdere un impiego statale.
C'è Nora, felice di sedere accanto all'insegnante prediletta, cui in seguito intimerà di alzarsi da una panchina perché vietata agli ebrei.
E sullo sfondo la narratrice, la timida Netty Reiling, non ancora Anna Seghers. Una ragazza brava a scrivere e ad osservare la vita intorno a lei, fino al dramma che toccherà la sua famiglia. Con il tempo Netty è scomparsa, ritirata da qualche parte, nel profondo della donna con i capelli raccolti sulla nuca, ma riaffiora il suo urlo: "Und ich brauch doch so schrecklich Freude" ("E io ho così spaventosamente bisogno di gioia").
Poi qualche mese fa ho letto "La mia vita" di Marcel Reich-Ranicki e Anna Seghers, per la prima volta, ha iniziato ad incuriosirmi. A suscitare la mia curiosità non è stato tanto il racconto di MRR che leggeva appassionatamente "La settima croce" nel carcere di Varsavia, quanto l'aneddoto del suo successivo incontro con la Seghers, quando lei respinse i suoi complimenti, sostenendo di aver ricalcato la struttura de "I promessi sposi". Il grande critico lesse allora il romanzo italiano e, non trovando nessuna attinenza, concluse che gli scrittori capiscono la letteratura quanto gli uccelli l'ornitologia.
In mancanza de "La settima croce", mi sono per il momento accontentata di questo breve racconto, che è anche uno dei rari testi autobiografici della Seghers. L'edizione Marsilio ha poi il vantaggio del testo originale a fronte.
La traduzione italiana di Rita Calabrese è ottima e non altera il ritmo della prosa originale, nonostante la Calabrese avverta nella prefazione riguardo l'impossibilità di rendere alcune sfumature. La patria della Seghers, per esempio, è Heimat, il che costituisce una presa di distanza dal termine "nazista" Vaterland.
Il racconto è breve, eppure denso e ricco di personaggi. L'autrice li osserva con malinconia per quel giorno lontano, in cui i loro problemi erano gli stessi di tutti gli adolescenti e il loro mondo era ancora intatto, il loro paese indiviso. Con stupore si chiede poi come sia possibile che il loro futuro sia stato proprio quello.
Su tutte le ragazze, spiccano Marianne e Leni, amiche come "vere sorelle", ma che poi si troveranno su fronti opposti. Ci sono ragazzi che solo qualche anno dopo cadranno in guerra, ma a loro verrà risparmiato il destino dei sopravvissuti, che saranno costretti ad esporre la bandiera con la svastica per non perdere un impiego statale.
C'è Nora, felice di sedere accanto all'insegnante prediletta, cui in seguito intimerà di alzarsi da una panchina perché vietata agli ebrei.
E sullo sfondo la narratrice, la timida Netty Reiling, non ancora Anna Seghers. Una ragazza brava a scrivere e ad osservare la vita intorno a lei, fino al dramma che toccherà la sua famiglia. Con il tempo Netty è scomparsa, ritirata da qualche parte, nel profondo della donna con i capelli raccolti sulla nuca, ma riaffiora il suo urlo: "Und ich brauch doch so schrecklich Freude" ("E io ho così spaventosamente bisogno di gioia").
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