giovedì 22 maggio 2014

La gita delle ragazze morte

Ero alla Mondadori con mia sorella, quando per caso l'ho visto. "Un libro allegro," ha commentato mia sorella. Il titolo in effetti è macabro, ma non me ne importava niente, nemmeno avevo mai sentito nominare questo racconto, soltanto ero interessata a lei: Anna Seghers, un'autrice a cui non avevo mai prestato molta attenzione, preferendo la sua amica Christa Wolf. Per anni infatti mi ero imbattuta nella sua foto sul libro di letteratura tedesca, senza che mi venisse voglia di approfondire la scrittrice marxista che mi guardava, con i capelli raccolti sulla nuca. La stessa scrittrice che, con la stessa pettinatura, ma i capelli completamente bianchi, parlava con Thomas Mann qualche pagina più in là.
Poi qualche mese fa ho letto "La mia vita" di Marcel Reich-Ranicki e Anna Seghers, per la prima volta, ha iniziato ad incuriosirmi. A suscitare la mia curiosità non è stato tanto il racconto di MRR che leggeva appassionatamente "La settima croce" nel carcere di Varsavia, quanto l'aneddoto del suo successivo incontro con la Seghers, quando lei respinse i suoi complimenti, sostenendo di aver ricalcato la struttura de "I promessi sposi". Il grande critico lesse allora il romanzo italiano e, non trovando nessuna attinenza, concluse che gli scrittori capiscono la letteratura quanto gli uccelli l'ornitologia.
In mancanza de "La settima croce", mi sono per il momento accontentata di questo breve racconto, che è anche uno dei rari testi autobiografici della Seghers. L'edizione Marsilio ha poi il vantaggio del testo originale a fronte.
La traduzione italiana di Rita Calabrese è ottima e non altera il ritmo della prosa originale, nonostante la Calabrese avverta nella prefazione riguardo l'impossibilità di rendere alcune sfumature. La patria della Seghers, per esempio, è Heimat, il che costituisce una presa di distanza dal termine "nazista" Vaterland.
Il racconto è breve, eppure denso e ricco di personaggi. L'autrice li osserva con malinconia per quel giorno lontano, in cui i loro problemi erano gli stessi di tutti gli adolescenti e il loro mondo era ancora intatto, il loro paese indiviso. Con stupore si chiede poi come sia possibile che il loro futuro sia stato proprio quello.
Su tutte le ragazze, spiccano Marianne e Leni, amiche come "vere sorelle", ma che poi si troveranno su fronti opposti. Ci sono ragazzi che solo qualche anno dopo cadranno in guerra, ma a loro verrà risparmiato il destino dei sopravvissuti, che saranno costretti ad esporre la bandiera con la svastica per non perdere un impiego statale.
C'è Nora, felice di sedere accanto all'insegnante prediletta, cui in seguito intimerà di alzarsi da una panchina perché vietata agli ebrei.
E sullo sfondo la narratrice, la timida Netty Reiling, non ancora Anna Seghers. Una ragazza brava a scrivere e ad osservare la vita intorno a lei, fino al dramma che toccherà la sua famiglia. Con il tempo Netty è scomparsa, ritirata da qualche parte, nel profondo della donna con i capelli raccolti sulla nuca, ma riaffiora il suo urlo: "Und ich brauch doch so schrecklich Freude" ("E io ho così spaventosamente bisogno di gioia").

martedì 18 marzo 2014

Viandante, se giungi a Spa...


Sto leggendo una raccolta dei migliori racconti tedeschi selezionati da Marcel Reich Ranicki e così mi sono imbattuta in un racconto che non leggevo da tempo: “Viandante, se giungi a Spa…” di Heinrich Böll. Di questo scrittore preferisco decisamente i racconti, soprattutto quelli della guerra, piuttosto che i romanzi, anche se fu proprio un romanzo a valergli il Nobel. E non solo perché il racconto si adatta alla dimensione precaria degli autori di questa generazione, ma perché credo che Böll sia uno di quegli scrittori, come Cechov o la Munro, capaci di delineare in poche pagine situazioni e personaggi, ai quali non è necessaria una parola in più. A parte questo, Böll è incredibilmente distante sia da Cechov che dalla Munro. Direi anzi che gli scrittori tedeschi della sua generazione sono distanti da tutto il resto del mondo, esclusi nella stessa solitudine che circonda i loro personaggi e che ne costituisce la tragedia. I racconti di Böll, soprattutto questo, sono distanti anche dal Böll successivo, il predicatore dei romanzi, che prende di mira la società consumistica.
In lingua originale, la prosa dell’autore è scarna, addirittura squallida e perfettamente consona allo squallore che descrive. Ho sempre pensato che fosse una prosa “onomatopeica”, che traduce esattamente in parole il senso di desolazione dei personaggi. Si tratta però di una prosa estremamente incisiva, mi sono infatti stupita di come, dopo così tanti anni, le parole di quell’incipit mi siano risultate familiari, come se, involontariamente, avessi sempre continuato a ricordarlo.Il racconto inizia con un’auto e il fatto di soffermarsi a parlare di un mezzo meccanico dà subito l’idea di quanto poco conti l’azione umana, di come le vicende si dispieghino dal di fuori, attraverso un mezzo inumano e non governabile da parte del protagonista, mentre sullo sfondo si staglia lo scenario apocalittico di una città che brucia. Per forza di cose, il protagonista “è agito”, trasportato prima in auto e poi in una barella, all’interno di una scuola, trasformata in un ospedale di fortuna. Oltre all’impotenza umana e alla mancanza di controllo degli eventi, però, risalta il fatto che, in un momento tragico, i pensieri del soldato ferito non siano drammatici e nemmeno rivolti alla sua famiglia, di cui non si sa nulla, oppure alla preoccupazione per la propria condizione fisica. Il suo interesse principale sembra essere quello di convincere se stesso, contro ogni evidenza, che quella scuola non può essere la sua, che gli elementi in cui gli sembra di riconoscerla sono gli stessi che si trovano in tutte le scuole, perché tutte le scuole sono uguali. Mi piace pensare che la sua preoccupazione sia quella di conservare in un luogo tranquillo e sicuro il suo passato, la sua vita di prima, a cui forse spera ancora di tornare, anche se ora il mondo, la sua vita e lui stesso sono completamente diversi da tre mesi prima, quando era uno studente in quella stessa scuola.
I riferimenti ad un passato diverso sono presenti fin dal titolo, preso da una traduzione di Schiller dal greco, ma nello stesso tempo il riferimento indica anche la ripetitività degli avvenimenti. La città, il cui nome è rimasto incompleto, è l’eroica Sparta delle Termopili, ma anche la città belga di Spa, quartier generale tedesco della prima guerra mondiale.
La tragedia esplode proprio quando, portato nell’aula di disegno, il soldato legge sulla lavagna la scritta e riconosce la propria scrittura. A quel punto non ci sono più scuse, non può più cercare di convincersi di essere in un altro luogo perché quella scritta lo mette di fronte a se stesso, quello che era e che non tornerà più, una persona profondamente diversa, lo studente che ha scritto con dei caratteri troppo grossi. Quella frase incompiuta, che in tre mesi non è stata cancellata, è la prova di un mondo cancellato e di una vita persa.
Non è un racconto rassicurante, è un racconto che trasmette un forte malessere, soprattutto se lo si legge prima di addormentarsi. Ma questo malessere è il suo punto di forza, l’unicità che ci fa sentire vicino, e al tempo stesso lontano, un protagonista di cui non si sa molto ma di cui non importa sapere di più. E’ il senso di malessere a far apparire questo racconto bellissimo e a farci percepire un dolore insondabile, che per noi resta comunque misterioso. E per qualche strano motivo viene spontaneo toccarsi le braccia e le gambe.

lunedì 3 febbraio 2014

Giochi di società

Qualche sera fa ho finito finito di leggere "Giochi di società" di Dorothy Parker, autrice di cui avevo letto qualche racconto trovato nelle riviste da ragazzina, oltre alle poesie, lette un po' ovunque.
A esser sincera, di questo libro mi aveva attirato più che altro la copertina con un quadro di Vettriano, poi era subentrato il ricordo di donnine con vestitini e cappellini e la sensazione della lama fredda di un coltello che tagliava l'atmosfera. Così ho acquistato il libro, nonostante non ami le traduzioni dall'inglese, che mi tolgono il gusto di sapere come realmente sia stato scritto.
Ho ritrovato le donnine, con i loro vestitini e i loro cappellini, e anche i loro mariti, impeccabili negli smoking (o tuxedo o come si voglia chiamarli), specchio di un'epoca che voleva apparire soddisfatta e compiaciuta di se stessa, un'epoca volta a nascondere lo sgretolamento di quello che stava sotto. Ma soprattutto ho trovato la lama del coltello, che, raschiando la patina superiore, mette a nudo proprio quello sgretolamento, con la semplicità di chi lo conosce bene e conosce bene anche l'ironia. Che è ben altra cosa dallo sghignazzare a gola spiegata, con cui viene molto spesso confusa.

mercoledì 22 maggio 2013

Il grande Gatsby

La settimana scorsa ho letto per la terza volta Il grande Gatsby. Non che mi capiti spesso di leggere un libro tre volte, anzi, non mi capita mai, ma in questo caso è diverso. La prima volta avevo dieci anni e per me Il grande Gatsby resta in qualche modo legato all’infanzia, non fosse altro che per il fatto che certe frasi e certe immagini me le sono portate dentro da allora. Avevo trovato quel libro in regalo con Grazia, che a quei tempi era un settimanale e aveva pubblicato una collana dal titolo I grandi romanzi d’amore di Grazia. Così mi ritrovai tra le mani Il grande Gatsby, insieme ad alcuni romanzi della Sagan e di Constance Heaven.
Tuttora non sono in grado di dire se sia un grande romanzo, un capolavoro, oppure il racconto mediocre di uno scrittore sopravvalutato, perché questo libro è così parte di me che non riesco ad essere obiettiva. Non ho mai visto il film con Robert Redford e Mia Farrow, i miei ricordi de Il grande Gatsby sono solo legati a quello che ho letto. Ci sono frasi che mi accompagnano da quando avevo dieci anni, come “Gatsby si rivelò un tipo a posto” e “sono una delle poche persone oneste che conosco”. E poi ora, rileggendolo, ho appena scoperto che in realtà “Gatsby si rivelò degno” e non so se nella traduzione di allora “degno” fosse stato sostituito con “un tipo a posto”, o se l’abbia sostituito io, nella mia memoria, nel corso degli anni. Forse perché degno era pomposo e faceva ridere e invece un tipo a posto era molto più colloquiale.
La seconda volta che lo lessi avevo venticinque anni, ero appena tornata da un viaggio negli Stati Uniti e andavo alla ricerca di queste frasi, ma forse mi interessava anche la descrizione delle due uova, West Egg e East Egg, a cui avevo ripensato mentre ero a New York e che mi aveva tanto affascinato la prima volta. In quella descrizione veniva annunciata la contrapposizione tra est e ovest che attraversa tutto il romanzo, ma che purtroppo è andata irrimediabilmente persa dalla critica, che si ostina invece a infilare ovunque Zelda, la moglie di Fitzgerald, e la sua malattia mentale. Anche nel film, la parte più fastidiosa è proprio la cornice della clinica psichiatrica, la forzatura che allontana il cinema dal romanzo.
Per una bambina di dieci anni, che leggeva Il grande Gatsby senza sapere niente di Fitzgerald e di sua moglie, invece, quella descrizione appariva bellissima e faceva venire voglia di continuare a leggere tutto il romanzo, che scorre veloce nel breve arco di un’estate. Lo divorai a dieci anni e a venticinque e l’ho divorato la settimana scorsa. Per me resta il romanzo dell’infanzia, alla stregua delle fiabe, perché, indipendentemente dal fatto che finisca male, resta pur sempre una fiaba: chi mai nella realtà inseguirebbe così ostinatamente un sogno?
“Gatsby credeva nella luce verde”. Nel bene e nel male Gatsby credeva nel suo sogno e anche se alla fine il suo sogno finisce così miseramente, in modo quasi ridicolo, la sua grandezza è in questo, nell’averci creduto fino in fondo.
A parte la storia della clinica psichiatrica, il film mi è piaciuto. Per me un film tratto da un romanzo è ben fatto quanto più resta fedele al testo. In questo caso, chi ha amato il romanzo, non può non apprezzare il film. Gli altri credo che in qualche modo abbiano problemi con il romanzo stesso.
Ho letto su una rivista che il libro è pessimista e quello che invece attrae è l’età del jazz, i vestiti, etc. Quindi di nuovo l’inutile e morbosa ricerca di Zelda.
Sarò condizionata dalla mia prima lettura infantile, ma anche adesso che è tornato di moda per via del film e non è più solo mio, il libro letto velocemente da una bambina, che riuscì a vedere, dal divano di casa sua, East Egg e West Egg, non capisco come possa essere protagonista l’età del jazz e credo anzi che, se i veri protagonisti fossero stati i vestiti luccicanti, a nessuno sarebbe venuto in mente di fare un remake del film nel 2013, perché la storia di Gatsby sarebbe stata così datata e superata da non destare nessun interesse.
Il vero protagonista, quello che spinge a leggere velocemente il libro dall’inizio alla fine, è proprio, banalmente, Gatsby. Credo sia uno dei personaggi meglio costruiti: ricchissimo, misterioso e solo. Appare per la prima volta una sera, quando viene visto da Nick Carraway mentre cammina sul suo prato azzurro e guarda la luce verde. In questa presentazione c’è tutto il personaggio e viene voglia di andare avanti a leggere perché si vuole che sia proprio così: ricchissimo, misterioso e solo. E chi è più solo di un personaggio che organizza grandi feste riempiendosi la casa di invitati che nemmeno lo conoscono?
Eppure Gatsby, ragazzo poverissimo, è riuscito a diventare straricco per inseguire il suo sogno. E non importa come sia diventato ricco perché l’ingenuità con cui insegue il suo sogno lo eleva al di sopra di tutto, persino al di sopra del suo vestito rosa e della sua auto da cafone. Gatsby insegue un sogno, che solo quando appare vicino e quasi raggiunto, sembra perdere la propria importanza. Ma per fortuna la luce verde resta dall’altra parte della baia e il sogno resta un sogno.
L’unico elemento che è stato eliminato dal film è l’arrivo del padre di Gatsby, che, nonostante sia impressionato dalla casa e dalla ricchezza del figlio, ci tiene a far notare che il suo nome è Gatz. E’ strano perché, nella mia memoria, le precedenti letture non avevano lasciato traccia di questa apparizione, che, se da un lato offre la certezza sulle origini di Gatsby, riducendone in parte il mistero, non sminuisce la fiaba di un personaggio che resta lontanissimo dalla realtà pur essendo fin troppo umano.
“Mi ritrovai da solo dalla parte di Gatsby”, dice Nick Carraway, il narratore, personaggio le cui vicende restano un po’ in ombra. E’ il ragazzo a cui non importa dei soldi perché conscio comunque di essere un privilegiato, in quanto appartiene ad una buona famiglia. Per lui è più importante essere onesto e di sani principi che ricco. E qui la fiaba è completa: l’erba del vicino è sempre più verde, ma il prato del vicino di Nick Carraway è azzurro.

sabato 22 settembre 2012

Ciao Milena

La notizia, come spesso capita con le notizie di questo genere, è arrivata all'improvviso, mentre ero seduta e un po' annoiata sulla macchina parcheggiata davanti al cancello di casa.
Solo così, tanto per fare qualcosa, ho dato un'occhiata alla posta dal telefonino e ho trovato due messaggi, uno di Monica e uno del sito Buonalettura, che mi annunciavano la morte, per me del tutto inaspettata, di Milena.
Da tanto tempo non la sentivo perché, da quando sono cambiate le credenziali, non riesco più ad entrare nel sito Buonalettura, e perché lei non si è mai affezionata a Facebook. Ma Milena era un'amica per me e per tutte le persone che hanno frequentato e continuano a frequentare il sito che aveva contribuito a creare, pubblicando estratti e copertine di libri, rispondendo ai post. Le sue risposte erano sempre gentili e simpatiche, animate dalla semplicità con cui sapeva affrontare argomenti seri, come ha sempre fatto negli articoli del suo blog, http://blogblustar.blogspot.it/, e nei suoi libri, http://www.lulu.com/shop/search.ep?contributorId=416935
Credo che proprio i suoi libri e il suo blog siano il modo migliore per ricordarla, per fare in modo che, dalla sua stella blu, continui ad illuminare il web.
Ciao, Milena!

sabato 3 marzo 2012

Gita a Cremona

Era una bella domenica di sole caldo, un caldo che dava addirittura fastidio, da dietro il finestrino della macchina, ma non l’avrei detto perché era una di quelle domeniche che fanno ripensare all’infanzia e che fanno venire una gran voglia di stare fuori e andare in giro, per cercare qualcosa che ci dica che l’infanzia, in fondo, non è proprio finita, che c’è ancora qualcosa che possiamo fare per sentirci spensierati come in quei giorni. Non fosse altro che per una sola domenica.
Avevo deciso di andare a Cremona e il compagno della mia vita, dopo aver sollevato le sopracciglia e aver fatto una smorfia, aveva accettato scettico quella meta per trascorrere la domenica in un posto diverso.
A Cremona io c’ero stata solo una volta e a quei tempi ero proprio nel pieno dell’infanzia. Eppure era una domenica molto simile a questa, con un caldo quasi inaspettato, in cui le scarpe di vernice e le calze di cotone davano fastidio. Ricordavo il Torrazzo e una pasticceria del centro dove vendevano dei dolci che simulavano la polenta: nient’altro, ma questo bastava a farmi venire voglia di tornarci.
Lui invece a Cremona non c’è mai stato, o meglio non ricorda di esserci mai stato e se non si ricorda, dice, allora vuol dire che non c’era proprio niente da ricordare.
Cremona, chissà perché, non gli piaceva proprio e continuava a dirlo, mentre guidava e probabilmente rimpiangeva il divano e la televisione, anche in una domenica come questa. Il suo umore non migliorò quando il navigatore ci fece sbagliare strada e dovemmo uscire dall’autostrada per poi rientrare nel senso opposto. A questo punto si lamentò anche dei chilometri, che erano troppi per una giornata e per una città in cui sicuramente non c’era niente da vedere.
E’ stato allora che ho ripensato a Maria e a quel suo viaggio in senso inverso di quasi un secolo fa, quando anche quei pochi chilometri dovevano esser tanti davvero.
Maria a Milano non ci arrivò in macchina, sicuramente ci arrivò in treno, un treno malandato, con un biglietto di terza classe. Non credo ci fosse il sole, credo fosse invece un giorno d’inverno e di nebbia. Riesco quasi ad immaginarla mentre sale e si siede in uno scompartimento, con i capelli nerissimi raccolti sulla nuca e i vestiti neri, che portava anche nelle foto in cui non era ancora vedova. Una borsa posata sulle ginocchia, con le sue poche cose, il giornale infilato nei manici. Perché Maria leggeva ogni giorno, avidamente, il giornale.
Più difficili da immaginare sono i suoi pensieri, che non dovevano certo essere gioiosi. Si lasciava alle spalle un padre ubriacone e rovinato, che avrebbe dovuto aiutare, e due sorelle morte, forse in circostanze misteriose. Lasciava una vita che non era stata né facile né fortunata, per un’altra che sicuramente non prometteva niente di buono. Eppure nessuno degli altri passeggeri avrà potuto anche solo vagamente indovinare i suoi pensieri, perché era estremamente chiusa e riservata, e i suoi grandi occhi scuri impenetrabili.
Quel giorno, quando scese alla stazione di Milano, sfiorava i trent’anni e sicuramente era considerata ormai una zitella, per i tempi di allora. Ma non credo gliene importasse molto. Non credo che quel giorno Maria si ponesse il problema di un marito e dei figli, perché altri problemi affollavano la sua mente. Quando le sue scarpe rovinate toccarono il marciapiede della stazione, probabilmente si sentiva vecchia e certo non immaginava che invece, negli anni, avrebbe rimpianto quel momento, in cui era ancora giovane e bella e libera. Quel giorno la sua seconda vita le stava davanti e avrebbe potuto prendere qualsiasi piega lei avesse voluto. Se solo lo avesse voluto.
A Milano Maria invece trovò l’amore, travolgente e appassionato, che sconvolse la sua vita e che passò indenne attraverso due guerre, sette figli, persino una lunga separazione.
“Che errore Maria!” scriveva molti anni dopo suo cognato. “Eri giovane e bella…”
Di quell’amore, che iniziò all’improvviso e che fu totale e assoluto, Maria parlò soltanto una volta, in un’altra domenica di sole, molti anni dopo, quando i suoi capelli scuri erano diventati bianchi da tempo, mentre era seduta sul sedile di legno di un tram, con una nipote, che non era certo la sua preferita e che, al contrario, aveva sempre malsopportato, perché troppo vivace, troppo curiosa, troppo bambina e lei di bambini era stanca, perché aveva avuto troppi figli e troppi nipoti.
Ma quel giorno, nella bambina scatenata, che si era trasformata in un’adolescente tranquilla e silenziosa, che forse aveva appena smesso di giocare agli indiani e di chiamarsi Inchiostro di China, ma ne sentiva la nostalgia, Maria trovò qualcosa di se stessa, che non erano solo i grandi occhi scuri. E lei, una donna riservatissima, che non aveva mai parlato dei propri sentimenti e che mai avrebbe pensato di farlo, raccontò a quella nipote del suo amore appassionato.
Nella sua seconda vita, durante la quale non dimenticò mai la prima, Maria ebbe molto: sposò l’uomo che amava, ebbe sette figli, tutti sani e di straordinaria bellezza.
Eppure, nelle innumerevoli foto che ho trovato a casa dell’ultima dei suoi figli, l’espressione dei suoi occhi scuri è sempre la stessa, contrariata e risentita, sottolineata dalla smorfia che le stringe le labbra.
Da bambina, quando incrociavo il suo sguardo in quelle foto, mi sembrava che per qualche motivo Maria ce l’avesse con me e siccome non capivo la ragione di quel risentimento ostinato, Maria non mi piaceva, mi era anzi antipatica, pensavo e mentre lo pensavo mi sentivo in colpa verso quella sua figlia sempre sorridente, che l’aveva tanto amata e che chiedeva soltanto di vedere tutti felici e in pace.
Non sapevo e non mi interessava poi tanto di sapere da dove venisse quel suo risentimento, invece adesso lo so. Maria ebbe molto ma non ebbe abbastanza, non ebbe quello che voleva e non come lo voleva. E il tempo passò troppo in fretta e si portò via la sua giovinezza e lei forse non smise mai di rimpiangere quel giorno quando, scesa dal treno, avrebbe potuto avere una vita diversa.

domenica 13 novembre 2011

A proposito di editing

La telefonata con Monica mi ha lasciato la strana impressione che ci fosse ancora qualcosa in sospeso e probabilmente non solo perché avevo il sospetto che il corriere avesse consegnato ad un'altra persona il regalo che le avevo inviato per il compleanno, ma perché per la prima volta avevamo parlato di editing, parola che finora era sempre rimasta estranea alle nostre conversazioni.
Secondo un editor, insomma, Monica avrebbe dovuto cambiare parecchie cose nei suoi libri, per esempio avrebbe dovuto smettere di usare i tre punti di sospensione "perché non vanno più".
Così mi è tornata in mente una discussione che si era tenuta in un forum e nella quale avevo faticato parecchio a non intervenire. Ma da tempo ho rinunciato a fare polemiche nei forum perché ho scoperto che poi non si finisce mai. Eppure questa cosa dell'editing e tutto quello che avevo letto nel forum, mi si stava agitando in testa, insieme alle parole di Monica.
Tanto vale dirlo subito: io sono contraria all'editing. O meglio, sono contraria all'editing se si tratta di riscrivere completamente un testo, o anche solo di tagliarlo e riaggiustarlo significativamente. E poi sono contraria all'editing quando si tratta di fisse, tipo quella dei tre punti di sospensione. Un po' perché io amo i tre punti di sospensione e mi piace usarli, così come mi piace moltissimo trovarli in quello che leggo, e un po' perché non credo si debba scrivere in base a delle mode o a quello che va in un certo momento. Di questo passo, scriveremmo tutti nello stesso modo, utilizzando le stesse espressioni e la stessa punteggiatura, mentre quello che è bello e piacevole in una lettura, è lo stile dell'autore, la sua capacità di usare la lingua in modo diverso da quello di chiunque altro. La punteggiatura e il suo diverso uso, fanno parte di questo stile, anzi, lo caratterizzano e lo costituiscono. Ho sempre pensato che in un romanzo o in un racconto non fosse tanto importante quello che viene scritto ma il come viene scritto. Un buono scrittore è quello che riesce a scrivere qualcosa di bello anche trattando un argomento esile e inconsistente, semplicemente per la sua capacità di mettere insieme le parole in modo armonioso, oppure ruvido e faticoso. Perché non sempre ciò che è scorrevole è bello.
Nel forum, una persona sosteneva che il rifiuto dell'editing (insito nell'autopubblicazione) sia presunzione. Può darsi che abbia ragione: probabilmente, chiunque scrive è conscio di non poter fare di meglio (altrimenti ci avrebbe pensato da solo a cambiare una certa parola o a spostare una certa virgola). Io però sono più propensa a pensare che sia anche onestà: che soddisfazione si può trovare nel veder pubblicato, fosse anche da un grande editore, un proprio romanzo che sia stato completamente modificato da qualcun altro? L'unica soddisfazione può essere quella di un buon compenso, intascato però pur sempre con il senso di colpa per non aver scritto ciò che è stato pagato o, peggio, per aver tradito il testo originario, nel quale indubbiamente chiunque mette una parte di se stesso.
Al di là della presunzione, e al di là del fatto che io scriva bene o scriva male, credo che comunque il mio modo di scrivere sia questo. Se poi non piace, pazienza, si leggerà altro. Quel che è certo è che io non posso diventare un'altra e nemmeno la mia scrittura.
Sempre nel forum, una sostenitrice dell'autopubblicazione che avversava l'editing, diceva di aver smesso persino di leggere libri pubblicati da grandi editori.
Non condivido questa posizione estremista, che chiude la porta alla letteratura in modo insensato.
Leggere è sempre bello e sempre utile, anche se il libro è brutto, anche se l'autore non è quello il cui nome è scritto sulla copertina, o almeno non solo lui. In ogni caso credo sia importante leggere quello che viene pubblicato tanto quanto è importante leggere i classici.
E' normale, quando si porta un libro ad un editore, che questi, prima di investire soldi, voglia riadattarlo e renderlo il più commerciabile possibile, andando sul sicuro e modificandolo in base alle mode. Tutto dipende dall'uso che si vuole fare del proprio scritto. Nel momento in cui si decide di mercificarlo, ci sono determinate regole e compromessi, perché a quel punto il libro non è più solo nostro ma di un team di persone che ci lavorano e si aspettano di ricavarne un risultato.
Se vogliamo restare fedeli a quello che abbiamo scritto e alla parte di noi stessi che ci è finita dentro, per fortuna, nell'era di internet, ci sono Lulu e simili.