domenica 18 luglio 2010

Forte dei Marmi

Ero a casa e stavo guardando una delle partite terribili dell’Italia ai mondiali, non ricordo quale però sicuramente non l’ultima, che non ho visto ma i cui risultati mi hanno raggiunto in ufficio, differiti di qualche secondo rispetto al momento in cui avvenivano. Era quindi una di quelle partite in cui ancora si sperava che la squadra si risvegliasse e, al tempo stesso, ci si innervosiva per quel mancato risveglio. Anche chi, come me, di calcio non capisce niente e i mondiali significano solo delle allegre serate d’estate con gli amici.
E’ stato quindi mentre cenavo e guardavo i mondiali, osservavo gli omini blu che rincorrevano la palla vicino alla porta avversaria e poi cercavano di allontanarla dalla propria, che mi sono ricordata di quel pomeriggio lontanissimo in cui ero una bambina che giocava a palla con altri bambini, nel giardino della casa di mia zia.
Ad un certo punto avevamo smesso di giocare e io ero entrata in casa, trovando il soggiorno immerso nella penombra e in un silenzio assoluto, che mi intimidiva e mi infastidiva, mentre tutti fissavano la televisione.
“Vieni,” bisbigliò mia madre prendendomi in braccio e sfiorandomi il viso con i suoi capelli neri lunghi, mentre mi faceva sedere sulle ginocchia. “Guarda, quelli azzurri sono i nostri omini, vedi che corrono e cercano di avvicinarsi alla porta degli altri? Devono buttare dentro la palla,” mi disse, spiegandomi così le poche nozioni che aveva di calcio e che sono tuttora le poche che ho io.
Ho scoperto solo molti anni dopo che erano i mondiali del ‘74 e che l’Italia non ne uscì per niente bene. Questo in parte spiega la sensazione che il silenzio di quel giorno fosse non solo concentrato ma anche piuttosto irritato.
Il resto del weekend invece non andò così male, la casa che mia zia aveva affittato aveva parecchie stanze e in ogni stanza c’era un campanello, il cui numero appariva su una specie di monitor in cucina, cosa che mi divertiva molto e che era una fonte continua di nuovi giochi. Uno su tutti quello dell’ospedale.
Ritornai in quella casa due anni più tardi, in luglio, per due lunghe settimane che restano uno dei periodi più allegri e felici della mia infanzia.
Partii con la zia all’alba di una mattina in cui le strade di Milano erano deserte e il radiotaxi correva veloce verso la stazione centrale. Gli amici che dovevano partire con noi e con i quali dovevamo dividere la casa, arrivarono invece tranquillamente, un buon quarto d’ora più tardi, rilassati e sorridenti.
“Buongiorno!” dissero continuando a sorridere, mentre erano ancora sulla scala mobile.
“Buongiorno un corno!” li accolse irritata la zia.
Quello fu l’inizio della vacanza e della convivenza.
“Voglio andare a Forte dei Marmi,” ho detto, mentre cenavo e guardavo la terribile partita dell’Italia, senza capire niente se non che gli omini blu dovevano cercare di avvicinarsi il più possibile alla porta avversaria e spingere dentro la palla.
Il compagno della mia vita ha staccato gli occhi dalla televisione per un secondo, giusto il tempo di lanciarmi un’occhiata stupita, chiedendosi perché mai mi fosse venuto in mente Forte dei Marmi mentre era in corso una schifosissima partita, che la nostra squadra stava anche rischiando di perdere. Credo che niente potesse essere più lontano dalla sua mente di Forte dei Marmi, un paese dove non era mai stato e dove nemmeno aveva voglia di andare. Del resto anch’io non andavo a Forte dei Marmi da vent’anni. Diciannove per l’esattezza, visto che l’ultima volta è stata in quel bruttissimo e lontano 1991. Diciannove anni… lo stavo realizzando solo adesso e mi chiedevo anche perché fossi stata così tanto tempo senza tornarci. Eppure è un posto dove sono stata felice, anche nel 1991 a Forte dei Marmi ero stata bene. E mi è capitato di passarci spesso, in questi diciannove anni. Invece niente, gli anni sono passati e non mi sono mai fermata. Ci sono parecchie cose di cui mi sto accorgendo che non faccio da secoli senza sapere il perché. Forse semplicemente perché questi anni sono passati molto velocemente, troppo velocemente, e io non ho fatto in tempo.
E’ stato così che siamo passati da Forte dei Marmi e siamo usciti dall’autostrada, in una domenica caldissima, mentre il navigatore ci dirige con voce imperiosa verso il centro e ci porta dritti davanti alla Capannina. E vista così, diciannove anni dopo, di giorno, con il sole, la Capannina mi sembra improvvisamente bella e allegra.
Perché in realtà la Capannina è uno dei posti in cui mi sono annoiata di più in vita mia, ricordo ancora quell’orribile sonno che mi assaliva mentre mi trascinavo da un tavolo all’altro, da una sala all’altra. Ogni volta che sono stata alla Capannina desideravo la mia camera d’albergo e il mio comodo letto e mi chiedevo quanto tempo sarebbe passato prima di poterci andare, mentre accanto a me i miei amici sorridevano e si rallegravano per il privilegio di esser entrati gratis anche quella sera.
Preferivo di gran lunga il Caffè Morin, con i suoi divanetti di vimini e l’affogato al caffè che mi sembrava insuperabile.
“Adesso mi prendo subito una polanskaya,” sorrideva felice uno dei miei amici, che per quell’estate venne soprannominato Polanskaya. Ne beveva a litri, di polanskaya, che altro non era se non un miscuglio di vodka, limone e zucchero. Lo guardavo nauseata e mi veniva ancora più sonno e ancora più voglia di affogato al caffè.
Lo racconto al compagno della mia vita e imito la voce del mio amico, mentre calca l’accento sul nome russo.
Il compagno della mia vita sorride e guarda con sufficienza la Capannina.
“Non mi ricordo più dov’era il nostro albergo,” dico. A dire la verità non mi ricordo nemmeno più il nome, sono secoli che non ci penso. “Però mi ricordo che qui vicino c’era il Caffè Morin, mi piacerebbe tornarci, facevano un affogato al caffè buonissimo. Potremmo prenderci un gelato per pranzo…” dico. Se solo mi ricordassi dov’è il Caffè Morin!
Fa un caldo terribile sul lungomare, sotto il sole. E il lungomare in realtà è la parte che mi interessa meno, io vorrei girare per il paese e ritrovare le strade dove ho camminato tanti anni fa. E’ strano, quell’estate, nel 1991, cercavo i luoghi dov’ero stata da bambina, guardavo all’interno di ogni giardino per ritrovare la casa della zia, mentre ora vorrei ritrovare l’albergo e i luoghi di allora, quando avevo ventun anni ed ero arrivata a Forte dei Marmi con tutta la tristezza di quel brutto anno e la voglia di lasciarmela alle spalle.
Ma cosa cercavo quell’estate, a ventun anni, mentre sedevo ad un tavolo di vimini del Caffè Morin, mangiando un affogato al caffè?
Da circa un anno era finito in malo modo il mio primo grandissimo amore, durato così a lungo e che aveva riempito la mia vita per tanti anni. Eppure ormai lo sentivo lontanissimo e quasi dimenticato, parte di un altro mondo, di quell’infanzia durata tantissimo e improvvisamente terminata.
Quello stesso anno, in una bella giornata di primavera, era morto un amico che avevo visto crescere e con cui avevo condiviso lunghe chiacchierate, e la sua morte mi aveva riempito di rabbia e stupore perché, se pur sapevo che si può anche morire giovani, non avevo mai pensato che potesse veramente accadere. Mi sembrava terribilmente ingiusto.
E poi in estate, in una notte di tempesta, era morta mia nonna.
Nell’estate del 1976 mia nonna invece era viva, bella e giovane, tanto che tutti pensavano fosse mia madre. Arrivò una sera, in treno, in ritardo. Io e la zia la aspettammo sul ciglio della strada e la zia era spaventata e preoccupata per quel ritardo che non riusciva a capire. Stava pensando al peggio, avrebbe voluto fare qualcosa ma non sapeva cosa, per salvare la sorella a cui era sicuramente capitato qualcosa di terribile. Ascoltavo il suo sfogo, con la mano infilata nella sua, senza sapere che quella paura sarebbe stata il riflesso della mia costante paura che possa capitare qualcosa a mia sorella. Quando la nonna arrivò, l’assalì in mezzo alla strada, con tutta l’ansia e l’angoscia che aveva accumulato nell’attesa. La nonna rideva, mentre si chinava a baciarmi.
Ricordo poco del suo soggiorno, mi resta una foto di noi due sulla spiaggia, io con una maglietta a righe sopra il costume e gli zoccoli di legno e jeans, lei vestita, con una gonna rossa e una maglietta nera. La sua borsa di paglia posata accanto a noi.
Un giorno andammo a trovare una sua amica che era in vacanza con la figlia, di circa dieci anni più grande di me. Pranzammo nel loro albergo, io avevo la forchetta sporca ma mi scocciava dirlo, mi sembrava di criticare l’albergo in cui alloggiavano la signora e la figlia, quindi mangiai il primo pensando a come conservare la forchetta pulita, e fare in modo che il cameriere portasse via quella sporca.
E poi ricordo il nostro viaggio in treno, lei che alla stazione mi chiedeva: “Vuoi un leccherino?” e io che lo volevo e scelsi una caramella rettangolare e colorata, con il bastoncino, che mi stancò quasi subito e dopo mi ritrovai con il problema di dove buttarla. Viaggiammo in quarta classe, anche se avevamo biglietti di prima, perché quello fu lo scompartimento in cui salimmo e ci fermammo, sistemando le nostre cose.
Pensavo a tutto questo, mentre ero a Forte dei Marmi nel 1991, a ventun anni. Aspettavo che mi tornasse la voglia di essere felice e intanto andavo alla Capannina e poi in un altro posto in collina che si chiamava Nebraska o Nevada.
In camera leggevo Una donna spezzata della De Beauvoir e Diabolik, mentre chiuso in uno scrittoio finto-antico avevo messo il quaderno che mi ero portata e dove scrissi Madri e figlie e un altro racconto che intitolai Peter Pan.
All’improvviso mi viene voglia di ritrovare il quaderno per rileggere quel racconto e magari pubblicarlo, dopo che per anni l’avevo dimenticato non ritenendolo abbastanza bello.
“Ecco il Caffè Morin!” indico al compagno della mia vita mentre camminiamo e mi affaccio alla vetrata, stupita di ritrovare gli stessi tavolini di vimini. E’ passato tantissimo tempo eppure è rimasto uguale, identico ad allora. E’ bello trovare un posto che non è cambiato, nonostante siano passati diciannove anni. E il Caffè Morin è ancora lì, esattamente dove lo ricordavo: ci è rimasto per tutti questi anni, mentre io vivevo altrove.
Il compagno della mia vita dà un’occhiata distratta, il Caffè Morin non sembra impressionarlo più di tanto.
Eppure io adesso vorrei ritrovare il mio albergo e invece non riesco proprio a ricordarmi il nome.
Cerco sulla rubrica del cellulare il numero dell’ex Polanskaya, l’unico tra gli amici di quell’estate che non si sia perso nella notte dei tempi.
Mi risponde dalla piscina dietro casa sua con voce allegra.
“Il nostro albergo non esiste più da diec’anni!” mi informa. “L’ha comprato Bocelli e adesso è diventato la casa di Bocelli.”
Ci sono rimasta male. Il nostro albergo non c’è più e mi viene in mente il giardino dove a volte alla sera ci fermavamo a parlare. Una sera, non so perché, parlammo di Cesare Pavese e la madre di un nostro amico affermò, come se fosse una verità ovvia e risaputa, che Pavese si suicidò perché era impotente. Quell’affermazione mi diede fastidio e me lo dà ancora a distanza di tempo. Più che altro mi diede fastidio la sua sicurezza, l’intolleranza verso qualunque obiezione a questo fatto. Che ne sapeva di Pavese? Se era impotente o non era impotente, non ci era dato saperlo e non mi sembrava nemmeno fosse particolarmente importante. “Non fate troppi pettegolezzi”, aveva semplicemente scritto prima di “bruciarsi dietro le navi”.
Ho chiesto all’ex Polanskaya un posto dove mangiare.
“E’ problematico, si rischia di spendere tanto e di mangiare male,” ha detto pensieroso. Poi gli è venuto in mente un bagno dove si può mangiare bene senza spendere molto. “Vai verso nord,” mi ha detto.
“Verso nord???? Ma se io nemmeno so dov’è il nord?”
L’ex Polanskaya ha sospirato dall’altra parte del telefono.
“Tieni il mare sulla sinistra,” ha detto.
Abbiamo tenuto il mare sulla sinistra per un po’, camminando sotto il sole.
“Sai che in una giornata come questa, in luglio, dopo essere tornata dalla spiaggia, ho mangiato per la prima volta l’ossobuco col risotto?” ho detto ridendo. Anche il compagno della mia vita ha riso.
Ebbene sì, la storia d’amore tra me, l’ossobuco e il risotto è iniziata proprio qui, sotto il sole caldo della una, grazie all’amore della zia per la cucina. In quell’estate scoprii anche la pasta col pesto e i solitaire, che la zia faceva alla sera e per gran parte della notte prima di addormentarsi. Anch’io imparai due solitari, quello dei re e l’orologio.
E poi c’era la gazzosa, consumata sulla chaise longue prima di tornare a casa per pranzo.
“Fa troppo caldo, fermiamoci da qualche parte,” dice il compagno della mia vita che di Forte dei Marmi sembra ormai averne abbastanza.
“Torniamo al Caffè Morin,” dico e già mi torna in mente il sapore del gelato alla crema affogato nel caffè. E poi anch’io sono stufa di questo sole a picco sulla testa e ho voglia dell’ombra del patio fresco, con i tavolini di vimini.
Torniamo indietro, ci accoglie sorridendo un cameriere che forse nel 1991 non era ancora nato e che mi informa che ora hanno solo gelati confezionati. Delusione! Non riesco a crederci, lo dico in un sms indignato all’ex Polanskaya.
Mangio velocemente una caprese di plastica, poi torniamo fuori e questa volta percorriamo un viale alberato e ombroso. Ricordo quel viale, da qualche parte, nella mia memoria, c’è anche lui.
Finalmente arriviamo in centro e finalmente anche il compagno della mia vita sembra apprezzare un po’ di più questo paese dove probabilmente non vorrà più saperne di tornare.
Gli indico la piazza dove nel 1976 c’erano i baracchini con le paperette di plastica e noi bambini cercavamo di prenderle con il bastone per trovare la sorpresa. Anche il compagno della mia vita ha un ricordo d’infanzia con paperette di plastica. Forse ce l’hanno tutti quelli che, come noi, sono stati bambini negli anni Settanta.
Una volta, con la zia, prendemmo anche la carrozzella, incitavamo il cavallo ad andare più veloce e il cocchiere decise di accontentarci e lo spronò con la frusta. La zia lanciò un urlo.
“Non farlo imbizzarrire!” strillò.
Chissà perché l’idea che il cavallo diventasse bizzarro mi fece ridere a lungo e anche adesso, mentre lo racconto, rido ancora.
Un vigile in bicicletta ci passa davanti.
“Andiamo,” dice il compagno della mia vita, “ci scade il parcheggio.”
Ripercorriamo il viale alberato e torniamo verso la Capannina. Sono sempre entrata gratis, avrei dovuto apprezzare il privilegio, invece ogni volta, mentre ero lì davanti, speravo che quella sera ci rimbalzassero, così me la sarei risparmiata. L’avesse saputo l’ex Polanskaya! No, questo non posso dirglielo, nemmeno diciannove anni dopo.
Davanti a noi sfrecciano due tizi su due monopattini motorizzati con i manubri. Li guardo incuriosita, mentre il compagno della mia vita scuote la testa.
“Tutte le cazzate le hanno qui,” dice.
Saliamo in macchina e per fortuna non è bollente perché è rimasta al riparo degli alberi.
Procediamo lungo la strada senza uscita, piano, alla ricerca di un punto dove poter fare inversione. Quando lo troviamo e ci fermiamo, il furbone dietro di noi si ferma a due centimetri dalla nostra auto, impedendoci di fare manovra.
“Tutti i deficienti sono qui,” dice il compagno della mia vita, quasi rassegnato.
Dopo qualche minuto di incertezza, il furbone capisce, fa marcia indietro e ci lascia lo spazio necessario ad effettuare la manovra.
“Noi andavamo sempre in bicicletta,” dico e gli racconto di quando andavamo fino a Marina di Pietrasanta e l’amico che era con me, che lui ha conosciuto e che ora non vediamo da parecchi anni, ha fatto un frontale con un vecchietto.
Invece una sera siamo andati al cinema all’aperto a vedere Ghost (o forse era Pretty Woman) e un tizio in bicicletta ha puntato Polanskaya, che è scappato di corsa sul marciapiede, spaventatissimo. Ma forse non l’ha puntato davvero, forse se l’è immaginato lui e si è spaventato per niente.
“Eravate perfettamente integrati nello spirito del luogo,” sogghigna il compagno della mia vita, mentre soddisfatto dirige l’auto verso l’autostrada.
A Marina di Pietrasanta Polanskaya ci andava spesso, si recava alla Versiliana e, quando tornammo a Milano, quelle sue frequentazioni estive ci fruttarono un invito ad una trasmissione televisiva, dove sfoggiammo una bruttissima figura perché fummo inquadrati in un momento in cui era completamente evidente il nostro disinteresse e la noia per quella trasmissione.
E poi una volta il nostro amico del frontale scoprì una porta comunicante tra la loro camera e quella di un misterioso vicino, entrò dall’altra parte e ci nascose una scarpa di Polanskaya. Lo scherzo però non riuscì perché né Polanskaya né il vicino si accorsero e il nostro amico tornò deluso nell’altra stanza a recuperare la scarpa.
Sorrido mentre guardo il paese che si allontana. Impossibile scoprire dov’era la casa della zia.
Cerco nella borsa ed estraggo il blocco
“Cosa fai adesso?” chiede il compagno della mia vita.
“Scrivo un racconto.”

domenica 18 aprile 2010

Vent'anni di troppo

"I quarant'anni sono i nuovi venti!" ha declamato un mio amico con un sorriso, sollevando il bicchiere in un brindisi.
Ho ripensato perplessa a questa frase, su cui non riesco ad essere d'accordo: i quarant'anni sono quarant'anni e basta, i venti sono stati tutt'altra cosa, anche se il tempo è passato così in fretta che quasi non ce ne siamo accorti. Ma in fondo, di cosa avremmo dovuto accorgerci? Avere quarant'anni non è poi così terribile, anzi, per certi versi è anche meglio. Non è detto per esempio che a vent'anni fossimo particolarmente felici (io stavo vivendo proprio uno dei miei periodi più tristi). Di solito a quarant'anni si è più tranquilli, più stabili, più padroni di se stessi e delle proprie decisioni, oltre al fatto che non si è ancora invecchiati abbastanza da rimpiangere l'aspetto fisico che avevamo a vent'anni. Al contrario, forse abbiamo imparato a vestirci, a truccarci, a pettinarci meglio di quanto non facessimo a vent'anni.
E allora cosa rimpiangiamo dei nostri vent'anni? Perché ci ripensiamo sempre con una fitta di nostalgia, perché ci fa rabbia non poter tornare indietro?
Perché a vent'anni avevamo dentro di noi infinite possibilità di vivere un'infinità di vite diverse, ma il problema è che a vent'anni non lo sapevamo. E per quanto oggi possiamo essere felici delle nostre vite, dentro di noi, in qualche modo, rimpiangiamo sempre quella decisione che avremmo potuto prendere e che non abbiamo preso. O forse non rimpiangiamo poi tanto quella decisione ma semplicemente il fatto di non poterla più prendere, di non poter più scegliere. A vent'anni hai la vita davanti, puoi sceglierla e cambiarla come vuoi. A quarant'anni è troppo tardi, certe scelte, di solito le più importanti, sono già state fatte e non si possono più cambiare.
La prima volta che mi sono sentita vecchia è stato quattro anni fa, il pomeriggio della finale dei mondiali, mentre osservavo i preparativi per i festeggiamenti. "E se non vinciamo, cosa faranno di tutti questi preparativi?" mi chiesi. All'improvviso mi ricordai dei mondiali dell'82, quel pomeriggio lontanissimo in cui mia madre si era posta la stessa domanda e poi aveva sollevato le spalle: "Beh, festeggeranno di esser arrivati secondi," aveva detto.
Sorrisi nel ripensare a quella sua conclusione e all'improvviso realizzai che mia madre, nell'82, aveva esattamente la mia età di quel giorno: trentasei anni. Soltanto che lei aveva già una figlia di dodici.
A vent'anni non volevo figli, ne ero convinta quando lo dicevo e lo pensavo, era una mia scelta libera, in quanto, se avessi deciso di cambiare idea, avrei potuto tranquillamente farlo. A trent'anni ero così convinta che non cambiai idea. A quarant'anni però non è più una scelta, a quarant'anni è la conseguenza di quello che si è scelto in precedenza e cambiare idea non è più possibile.
Il giorno della finale dei mondiali di quattro anni fa mi resi conto di questo: non è vero che l'età è quella che ci si sente: l'età è quella che abbiamo, tutta intera, con le scelte che abbiamo fatto quando pensavamo che non avremmo mai avuto quarant'anni, perché mancava ancora così tanto tempo. Ma forse non è andata poi così male, non è detto che il fatto di non poter tornare indietro sia così terribile...

sabato 19 dicembre 2009

Passato Imperfetto - Julian Fellowes

L'ho finito da poco e, anche se non è esattamente il mio genere, mi è piaciuto molto.
Passato Imperfetto è un libro che si legge velocemente per il ritmo vivace, da commedia, e, nonostante il finale sia abbastanza scontato, viene voglia di continuare a leggerlo fino alla fine per scoprire cosa succede ai vari (e tanti) personaggi. O meglio, per scoprire quello che è successo, visto che il libro parte dal presente e torna indietro nel tempo a scoprire il loro passato.
E' un romanzo di classe, che evidenzia le differenze tra le classi sociali all'interno della società degli anni Sessanta e, nonostante la diversa ambientazione temporale, mi ha fatto pensare subito al Grande Gatsby, con il quale ci sono delle analogie anche per quanto riguarda le vicende del protagonista, Damian Baxter.
All'inizio del romanzo Damian Baxter è vecchio, malato e ricchissimo, alla ricerca di un erede a cui lasciare il suo immenso patrimonio. L'unico che può aiutarlo in questa ricerca è l'amico di un tempo, con il quale da circa quarant'anni ha rotto i rapporti (il motivo lo si scoprirà solo alla fine e, per quanto mi riguarda, mi è sembrato davvero ben poca cosa) e che, durante la loro giovinezza, l'aveva introdotto nel mondo snob e fatuo delle grandi famiglie inglesi.
Così inizia il viaggio dell'amico, uno scrittore semisconosciuto, nel passato. Un viaggio alla ricerca dell'erede, che parte dalla lista delle donne con cui Damian ha avuo una relazione ai tempi della loro frequentazione e che sono le potenziali madri di suo figlio. La lista è lunga, ma Damian avverte l'amico che non è completa, ha escluso infatti tutte le donne che non hanno avuto un figlio dopo la relazione.
Come ho detto, il libro mi è piaciuto, nonostante il finale scontato, nonostante in alcuni punti sia quasi ridicolo. E' comunque un libro divertente, di puro intrattenimento, come può esserlo un film leggero, una commedia. Non a caso Fellowes è, prima che uno scrittore, uno scenggiatore.
Mi sono quindi stupita nel leggere che il Guardian e l'Independent lo stroncavano. La cosa che più mi ha stupito però è stato il fatto che lo prendessero molto seriamente, molto più di quanto in realtà meriti, perché invece si tratta di un libro leggero, che dovrebbe essere valutato in base alla sua capacità di far passare qualche ora e di divertire, senza altre pretese. Non è un romanzo da Nobel, non credo che Fellowes abbia mai avuto quell'obiettivo. Perché allora diamo sempre giudizi sui libri come se fossero candidati al Nobel? Forse siamo noi che sbagliamo a voler leggere qualcosa in più di quello che in realtà stiamo leggendo e ad arrabbiarci quando non scorgiamo quel qualcosa in più.

venerdì 26 giugno 2009

Michael Jackson

Il venerdì si sentiva nell’aria della mattina, rinfrescata dal violento temporale della notte, e nel sole luminoso che faceva sperare in un bel weekend. L’ultimo weekend di giugno: anche luglio si sentiva ormai nell’aria.
“E’ morto Michael Jackson”, ha detto la voce femminile proveniente dalla radio.
Per un momento, all’improvviso, la giornata si è oscurata. E’ morto Michael Jackson, ho pensato e una serie di immagini della mia adolescenza e della mia giovinezza sono all’improvviso apparse davanti ai miei occhi.
Da anni non pensavo a Michael Jackson, da anni non ascoltavo nemmeno più le sue canzoni, eppure quelle canzoni e quei video sono stati la musica di sottofondo di una lunga parte della mia vita.
Ricordo un’estate al mare con mia sorella, quando mia nonna stava morendo, ascoltavamo Michael Jackson da due paia di cuffie collegate allo stesso walkman e ci stringevamo forte la mano. Just another part of me...
Avevo dodici anni, facevo le medie, quando la risata di Thriller riecheggiava dalle radio, ne avevo diciotto ed ero a Monaco quando andai ad un suo concerto. Erano i tempi di Bad e The way you make me feel era la mia canzone preferita. Ero andata al concerto con un’amica conosciuta a Monaco, ma, una volta entrate all’Olimpiastadion, avevamo dovuto separarci perché avevamo posti assegnati lontani. Eppure non mi sentii sola nemmeno per un momento, un po’ grazie alla ragazza tedesca seduta accanto a me, con cui feci amicizia, e un po’ perché il concerto era spettacolare, il migliore a cui avessi mai assistito (e a quei tempi assistevo a molti concerti).
I tedeschi erano entusiasti già prima dell’inizio, la supporter era Kim Wilde. Ho un ricordo di luci, di musica e balli che fino a quel momento avevo visto solo alla televisione. Quando il concerto finì ero felice, camminai insieme alla folla fin fuori dallo stadio e dal villaggio olimpico e salii sull’autobus che mi avrebbe lasciato in una zona residenziale, alla periferia di Monaco. Era una zona di case basse e di villette con giardino, le strade erano buie e strette, costeggiate da cespugli, ma io non avevo paura, nemmeno ci pensavo ad averne. Quella sera ero felice, avevo diciotto anni, mi sentivo adulta e serena. La mia vita mi stava davanti ma io me la sentivo già dentro.
Era l’8 luglio 1988, sono passati ventun anni, ora Michael Jackson è morto, dopo le accuse di pedofilia, dopo anni in cui non ha tenuto concerti e in cui io non ho più ascoltato le sue canzoni.
Seguii distrattamente il processo per pedofilia, pensando che probabilmente era colpevole. Qualche volta guardai con orrore il suo volto sui giornali, completamente diverso da quello dei tempi di Thriller, un volto spaventoso e stravolto, in cui restava ben poco di umano.
Ora guardo i filmati che lo commemorano, rivedo i suoi video, riascolto le sue canzoni e mi rendo conto di averle dimenticate per tanto tempo. Eppure mi piacciono ancora e capisco perfettamente perché mi piacessero vent’anni fa: Michael Jackson inventò un genere musicale diverso da tutti quelli che l’avevano preceduto, un genere musicale fatto di eccessi e di gioia di vivere che rispecchiava gli anni Ottanta e chi a quei tempi aveva vent’anni.
Ascolto per la prima volta il suo discorso per scagionarsi dalle accuse. E se fosse vero? mi chiedo. Se avesse avuto ragione, se fosse stata solo una manovra di qualcuno per derubarlo? Quanto può essere devastante essere accusati di qualcosa di terribile che non si farebbe mai, sapendo che, comunque vadano le cose, l’accusa lascerà per sempre un’ombra di sospetto?
“Sarebbe spaventoso,” ho detto alla mia amica C. e lei ha annuito.
Non lo sapremo mai, non sapremo mai se quelle accuse erano vere o false.
Anche la mia amica C. è triste, ci sentiamo entrambe malinconiche, la nostra giovinezza è più vicina e più lontana allo stesso tempo, anche se non ci pensiamo mai molto, anche se non ci pesa più di tanto il fatto di avere quarant’anni, semplicemente perché dentro di noi non siamo del tutto convinte di averli veramente. Qualche volta ci guardiamo perplesse, chiedendoci reciprocamente con lo sguardo se davvero sono passati vent'anni da quando avevamo vent'anni.
Sua figlia V. appoggia il viso imbronciato tra i pugni delle mani. Non capisce di cosa parliamo e si sente esclusa dal nostro discorso.
Le sorrido.
“E tu?” le chiedo. “Lo conosci Michael Jackson?” mi guarda stupita, con gli occhi spalancati, e scuote la testa.
V. avrà quindici anni nel 2020, a quei tempi conoscerà Michael Jackson perché le sarà capitato di ascoltare le sue canzoni e vedere i suoi video e lo troverà terribilmente ridicolo, si chiederà perché mai a sua madre e alle sue amiche piacessero quelle canzoni e quel modo di ballare. E’ successo anche a noi quando siamo state a Graceland e dicevamo che Elvis Presley era kitsch e aveva la faccia da fegato.
Michael Jackson è stato un’epoca, la nostra di quando avevamo tra i quindici e i venticinque anni.
E mentre riguardo i suoi video su youtube, presa da un’improvvisa voglia di ascoltare canzoni che conosco a memoria e che avevo dimenticato per vent’anni, ripenso al mio amico, mi sembra di rivederlo camminare veloce per la strada nella quale siamo cresciuti, con la giacca e i pantaloni neri. E’ da quando ho sentito alla radio la notizia della morte di Micheal Jackson che evito questo ricordo, quello di un ragazzo che aveva ventidue anni, che avrebbe dovuto compierne ventitrè e che invece è rimasto giovane per sempre. Lui morì diciotto anni fa, poco prima dell’uscita di Dangerous, e fu sepolto con la bandiera di Michael Jackson.

domenica 5 aprile 2009

Sandor Marai

Ho scoperto Marai da pochi mesi eppure, in breve tempo, ho divorato tre suoi romanzi e sono decisa a non lasciarmi sfuggire nessuno degli altri.
Ho iniziato con Divorzio a Buda e subito sono stata attirata dal flusso di coscienza dei pensieri del giudice e dalla sua storia, che si intrecciava con quella dell'ex compagno di scuola e di sua moglie, sul cui divorzio il giudice avrebbe dovuto pronunciarsi. Al flusso dei suoi pensieri si contrappone il monologo dell'uomo che rifiuta il divorzio e l'accento cade sul diverso modo in cui le persone vivono gli stessi avvenimenti, che per qualcuno sono solo episodi di scarsa importanza, per altri il centro della loro vita.
Anche ne Le braci due amici, un tempo inseparabili, si ritrovano dopo molti anni e anche qui un lungo monologo svela i segreti della loro amicizia e le ombre del loro rapporto, che comunque è rimasto stretto, nonostante gli anni trascorsi lontani, proprio in attesa di questo incontro.
La donna giusta è, dei tre, il romanzo che ho preferito. Si potrebbe parlare non di un solo romanzo ma di tre, si tratta infatti di tre monologhi, e anche qui la storia è sempre la stessa ma raccontata da tre diversi punti di vista: quello della prima moglie, quello del marito e infine quello della seconda moglie. C'è poi un terzo monologo, più breve, che costituisce l'epilogo, cioé il racconto dell'ultimo amore della seconda moglie.
I protagonisti dei tre romanzi di Marai sono borghesi, persone educate in un certo modo, abituate a comportarsi in un certo modo, rispettando certe regole e certe convenzioni, ma i loro pensieri e i loro sentimenti sfuggono alle regole e alle convenzioni. I personaggi di Marai sono sempre un po' tristi, perché nella vita hanno fatto quello che dovevano fare o quello che il mondo avrebbe voluto che loro facessero, ma la loro vita non è andata esattamente come avrebbero voluto, in loro c'è sempre qualche rimpianto, qualcosa che avrebbe potuto essere diversa, migliore, ma non lo è stata. Ed è così anche quando i personaggi si ribellano alle convenzioni e al modo in cui il mondo vorrebbe vederli, qualcosa si frappone sempre fra loro e la felicità che inseguono, impedendo alla loro vita di essere quella che avrebbero voluto, magari anche solo perché hanno frainteso un evento, attribuendogli un significato diverso da quello che aveva per l'altra parte in causa.
I protagonisti dei romanzi di Marai sembrano usciti da un quadro di Vettriano, uomini e donne di cui si intravedono la ricchezza persa e la bellezza sciupata, personaggi stropicciati dalla vita e dal loro passato, a cui però restano sempre legati senza riuscire a staccarsene.

giovedì 25 dicembre 2008

Harold Pinter

Ho appreso la notizia per caso, dalla televisione accesa, nell'unica mezz'ora trascorsa in casa di questa giornata pigra, identica a tutti i Natali che l'hanno preceduta e che la seguiranno.
Harold Pinter è morto ieri. Sono rimasta sorpresa e subito dopo mi sono intristita, come se fosse morto un amico e forse un po' lui lo è stato, visto che le sue opere, lette o viste al teatro, mi hanno tenuto compagnia per molto tempo. E poi era bello sapere che era ancora vivo, uno dei pochi rappresentanti del Teatro dell'Assurdo ancora viventi, una sorta di ponte tra il mondo di oggi e quello di Beckett.
Qualche anno fa ho visto Vecchi tempi al Teatro Piccolo, con mia madre e mia sorella, recitato da Greta Scacchi. E' stato bellissimo e coinvolgente, persino il fatto che fosse così breve ne accresceva il fascino, perpetrando la malinconia e la nostalgia per quanto avevamo appena visto. Ho letto sul giornale che la sera successiva Pinter, in visita a Milano, era stato al teatro ad assistere a quello stesso spettacolo: era bello pensare che un autore del suo calibro fosse ancora vivo e potesse andare a teatro a vedere la rappresentazione delle proprie opere.
Pochi mesi dopo, sempre al Piccolo, ho visto anche Tradimenti, un po' più lungo e forse ancora più spietato, apparentemente meno malinconico ma altrettanto capace di mettere in luce aspetti dei personaggi e dei loro sentimenti che sarebbero altrimenti rimasti appena sotto la superficie, invisibili e insondati.
Secondo me la grandezza di Pinter era proprio questa, la capacità di portare in superficie determinati aspetti del carattere e della vita dei suoi personaggi, destinati invece a restare per sempre sepolti nell'ombra delle loro menti.
Nel 2005, quando ha vinto il premio Nobel, sono rimasta perplessa e mi sono chiesta perché. Non perché gli avessero dato il Nobel, naturalmente, ma perché non gliel'avessero dato prima, negli anni d'oro in cui aveva scritto e messo in scena le sue opere più belle. Mi sembrava assurdo che glielo dessero in quel momento, quando gran parte dei ragazzi di oggi non sa chi sia Harold Pinter, perché non ha letto (e probabilmente non leggerà) né The Room né The Dumb Waiter. Oggi sono felice che in qualche modo tre anni fa si sia posto rimedio a questa dimenticanza e che non sia stato troppo tardi, dopo tutto.

domenica 21 dicembre 2008

Facebook

C'è chi lo odia (come il cmu) e chi lo ama (come me). Fatto sta che comunque Facebook è un fenomeno sociale, forse il vero fenomeno di quest'anno, in cui la crisi finanziaria ci sta intristendo. Su Facebook le cose invece cambiano, si possono lasciar perdere i propri problemi e quelli del mondo per il tempo di un collegamento, si possono rintracciare amici persi, magari senza sapere nemmeno il perché, forse solo perché perdersi fa parte della vita, dell'avere vite diverse, che portano in direzioni e luoghi diversi. O forse ci si è persi perché ci si era voluti perdere, perché non si andava più d'accordo e non ci si sopportava più, ma a distanza di tanti anni è bello ritrovarsi, aver dimenticato i motivi di litigio e ritrovare la gioia delle cose che si sono fatte e vissute insieme. Si possono leggere gli aggiornamenti, vedere gli album fotografici, ripensare a quando si era giovani, provare nostalgia e subito dopo essere felici che il tempo, dopotutto, sia passato bene. Su Facebook si ha comunque l'impressione di non perdersi più.
E' bello anche trovare gli amici di adesso, quelli che si sentono tutti i giorni al telefono o per email, quelli con cui si esce e si parla sempre, quelli che non si sono persi, ma che si ritrovano comunque in una dimensione diversa.
Una cosa bella di Facebook sono anche i forum. Ce ne sono di tutti i tipi ma ce ne sono soprattutto molti che parlano di libri e sono molto attivi e frequentati. Così si scopre che persone che non si conoscono e che non si sa dove vivano, amano gli stessi libri e gli stessi scrittori che amiamo noi, che leggendoli hanno provato le stesse emozioni e gli stessi sentimenti che abbiamo provato noi. Sono sconosciuti ma è bello poter parlare e scambiare pensieri con altre persone, forse proprio per il fatto che sono sconosciuti e che le nostre vite non si sono mai incrociate, se non su Facebook.