«Il presente è il risultato del passato.»
«Il presente è il risultato del passato.»
Se non fosse stato per un bel commento su LLC non avrei mai letto nulla di Alessandro Cartoni e sarebbe stato un peccato.
"Di montagne ho difficoltà a sopportare una, figuriamoci otto," Avevo detto nel 2017, quando questo libro aveva vinto il Premio Strega e io ero sicura che non l'avrei mai letto. Avrei preferito che il Premio Strega lo vincesse la Ciabatti e mi era dispiaciuto che non fosse andata così. Eppure "Sofia si veste sempre di nero" mi era piaciuto moltissimo, ma l'idea delle montagne non mi attirava proprio. La Ciabatti invece parlava della Maremma e di luoghi che conosco e frequento.
Poi, pochi anni fa, ho scoperto che anche la montagna può piacermi, se vissuta a modo mio, e ho iniziato ad andare a Champoluc. Durante le mie passeggiate ho scoperto una libreria, ero entrata per comprare dei regali e ho parlato a lungo con una libraia appassionata di letteratura e di quei luoghi in cui una libreria fa fatica a sopravvivere. Mi ha parlato di Cognetti e di questo libro, che si svolge proprio lì, nella valle di Ayas, e anche il film è stato girato lì. Il giorno dopo sono tornata e ho comprato il libro.
Ho ritrovato la scrittura di Cognetti, che mi piace molto, una scrittura leggera, che si adatta a un racconto di sentimenti non detti e a volte dimostrati male, di rapporti che restano irrisolti, come quello tra il protagonista e il padre, ma anche l'amicizia tra due bambini diversi eppure molto simili, che crescono con vite lontane e che però si ritrovano tra le stesse montagne.
È soprattutto un libro di luoghi e proprio nelle prime pagine ci ho trovato un altro luogo che conosco bene: il quartiere degli Olmi.
«Di olmi da quelle parti ce n'erano ben pochi: tutta la toponomastica del quartiere, con le sue vie degli Ontani, degli Abeti, dei Larici, delle Betulle, suonava beffarda tra i casermoni a dodici piani, infestati da mali di ogni tipo.»
Falso. Non che io sappia riconoscere un olmo, ma la toponomastica di quel quartiere non è così beffarda, di alberi e di giardini ce ne sono in realtà parecchi, ma non sempre sono espressione di un paradiso terrestre, spesso possono essere luoghi di degrado. Eppure in quei luoghi, nonostante quei mali di ogni tipo, si può svolgere un'infanzia più allegra di quella di un bambino solitario, che aspetta l'estate per scappare dalla città e che poi andrà a cercare altre montagne per ritrovarsi in un'altra città e scoprire che l'Himalaya potrebbe non essere così diverso dal Monte Rosa.
«Il modo in cui un luogo custodiva la tua storia. Come riuscivi a rileggerla ogni volta che ci tornavi. Poteva esisterne solo una di montagna così, nella vita, e in confronto a quella tutte le altre non erano che cime minori, perfino se si trattava dell'Himalaya.»
«Non ho riscritto il libro.» Inizia così la prefazione all'edizione del 1969 dell'opera prima di Borges, pubblicata nel 1923 e poi rivista e ritoccata molte volte, in un continuo incontro e dialogo tra il ragazzo del 1923 e "il signore che adesso si rassegna o corregge". Sono la stessa persona, ma sono anche due persone diverse, che si incrociano in questi versi, a cui l'autore, in un'altra nota, spiega di aver voluto dare la struttura tracciata da Heine in "Die Nordsee".
Buenos Aires è la protagonista di queste poesie, ma è anche uno stato d'animo, quello dei tramonti, delle ombre, del fatalismo. «A quel tempo, cercavo i tramonti, i sobborghi e l'infelicità; ora cerco i mattini, il centro e la serenità.»
ATARDECERES
La clara muchedumbre de un poniente
ha exaltado la calle,
la calle abierta como un ancho sueño
hacia cualquier azar.
La límpida arboleda
pierde el último pájaro, el oro último.
La mano jironada de un mendigo
agrava la tristeza de la tarde.
El silencio que habita los espejos
ha forzado su cárcel.
La oscuridá es la sangre
de las cosas heridas.
En el incierto ocaso
la tarde mutilada
fue unos pobres colores.
TRAMONTI
La luminosa turba di un tramonto
ha esaltato la strada,
la strada aperta come un vasto sogno
verso qualsiasi sorte.
La limpida albereta
perde l'ultimo uccello, l'ultimo oro.
La mano lacera di un mendicante
accresce la tristezza della sera.
Il silenzio che abita gli specchi
ha forzato il suo carcere.
L'oscurità è il sangue
delle cose ferite.
Nell'incerto tramonto
la sera mutilata
fu solo qualche povero colore.
Traduzione di Tommaso Scarano
«Siamo morti a tutto ciò che non ci tocca o non c'interessa. Non dico a ciò che succede sulla Luna, ma a ciò che succede a coloro che stanno di casa dirimpetto a noi.»
Ma molte altre porte restavano aperte nella Palermo degli anni Trenta, «aperte sicuramente restavano le porte della follia.»
Al centro di questo breve romanzo c'è infatti la follia di un crimine terribile, un triplice omicidio, e l'ombra della pena di morte, a cui si oppone il piccolo giudice, che deve occuparsi del processo.
«E ancora mi è avvenuto di chiamarlo il piccolo giudice non perché fosse notevolmente piccolo di statura, ma per una impressione che di lui mi è rimasta da quando per la prima volta l'ho visto.»
Poche pagine dalle quali emerge un'epoca, con le sue contraddizioni e i meccanismi per cui la fine è nota ma combattere una battaglia persa può valere la pena perché far emergere un principio è più importante che riuscire a salvare la vita di un uomo.
«Il nome di uno scrittore, il titolo di un libro, possono a volte, e per alcuni, suonare come quello di una patria: e così accadde al giudice sentendo quello di Courier, sul cui volume delle opere complete, trovato nel solaio di un parente che non sapeva che farsene, aveva cominciato a compitare francese e ragione, francese e diritto.»
«Sono sempre andato a caso, nei miei tentativi di avvicinarmi a mia figlia, e è troppo tardi per cambiare.»
Un post molto bello su LLC mi ha convinto a partire da questo romanzo, forse uno dei minori, in cui però emerge la grandezza di un autore che affronta un tema difficile e complicato, quello del rapporto di un padre e una figlia che non si conoscono, perché hanno passato pochissimo tempo insieme, ma che si trovano a trascorrere le rispettive convalescenze nelle camere comunicanti di un albergo sul lago di Lugano. Le acque ferme del lago fanno da contrappeso all'atmosfera ferma e claustrofobica che si agita nella stanza d'albergo, nella quale il mondo esterno entra a fatica, attraverso le lettere che il padre riceve dal giornale per cui lavora e i rari richiami della sua vita. Sono poche anche le persone che si intromettono in questo rapporto esclusivo: Carla, la moglie e madre morta troppo presto e tra troppi dubbi, Vanetti, il medico che forse dedica qualche visita di troppo a due ammalati ormai guariti, e Teresa, l'amica della figlia, il cui arrivo scompone lo scenario, fino ad arrivare a un finale forse inevitabile.
Una prosa ricca, che si addentra nella psicologia dei personaggi, costituisce l'ossatura di un romanzo coinvolgente nonostante la trama scarna. Di Morselli leggerò sicuramente altro.