La festa della donna mi ha sempre messo tristezza. Ho sempre trovato deprimenti le orde di donne urlanti, entusiaste di imitare gli atteggiamenti maschili peggiori. E ho sempre trovato imbarazzante commemorare la morte di tante donne festeggiando.
Non mi è mai piaciuta nemmeno la mimosa, fiore di un colore che mi sta malissimo e che si sbriciola, lasciando le punte delle dita gialle. Molto fastidioso. Come tutte le tragedie, di cui sono vittime anche ma non solo le donne, che si potrebbero evitare, ma non si evitano, in nome di un buonismo che se ne frega.
lunedì 7 marzo 2016
venerdì 31 luglio 2015
Carthage di Joyce Carol Oates
Non so quando verrà tradotto questo romanzo e con quale titolo ma spero che, trattandosi del nome di una città, venga mantenuto l’originale.
In internet ho trovato diverse città americane con questo nome, ma, anche se la Carthage in questione si trova nello stato di New York, è inevitabile il rimando alla Cartagine fenicia, con il suo splendore e la successiva rovina.
Ho iniziato questo libro, che da tempo stazionava sulla mia libreria, perché, dopo un saggio di Heine sulle donne di Shakespeare, avevo bisogno di una trama forte. In effetti, la trama in questione è più che forte, coinvolgente e intensa, a tratti devastante. Casualmente poi due personaggi portano il nome di due donne shakespeariane, Juliet e Cressida, le sorelle Mayfield, figlie di Zeno, avvocato ed ex sindaco della città. Due sorelle molto diverse sia fisicamente che caratterialmente, costrette nei ruoli della bella e dell’intelligente.
La vicenda inizia con la scomparsa di Cressida e la successiva confessione del suo omicidio da parte dell’ex fidanzato di Juliet, veterano della guerra in Iraq, tornato mutilato nel corpo e nella psiche.
E’ la psiche dei personaggi il vero terreno su cui si snoda il thriller e Cressida è per me uno dei personaggi più complessi. Ragazza difficile, a cui non importa nulla della bellezza, ma che, prigioniera della propria bruttezza, vorrebbe essere adorata per quello che è, nel modo in cui sua sorella viene adorata per la bellezza. Forse geniale (interessante il suo progetto universitario su Frankenstein) fallisce proprio dove dovrebbe eccellere.
Gli altri personaggi, quelli che le sopravvivono, vengono visti al momento della sparizione, in bilico tra la speranza di ritrovarla viva e la disperazione di chi arriva troppo tardi, e sette anni dopo. Perché, quando si verifica una morte in una famiglia, è come un terremoto, i rapporti si riallineano. Questo è quello che pensa Zeno, il padre, il politico, un uomo abituato ad essere al centro del proprio mondo e che poi, proprio da quel mondo, verrà messo da parte. Il suo nome è lo stesso di Zenone, il filosofo del paradosso del finito nell’infinito. Un paradosso che per Cressida significa desiderare ardentemente.
Meno spazio è dedicato ad Arlette, la madre, che resta però un personaggio incisivo, capace di grande forza dietro un’apparente fragilità.
Particolarmente forti sono le pagine dedicate al colpevole, il veterano di guerra, l’ex fidanzato, quasi un membro della famiglia, con i suoi ricordi di guerra che si affacciano durante gli anni di carcere.
Ero arrivata quasi alla fine e avevo voglia di divorare le ultime pagine, invece sono state forse quelle che ho letto più lentamente perché, nonostante sia un romanzo corale, in cui vengono esplorati i diversi punti di vista sugli stessi avvenimenti, la parte dedicata a Juliet è davvero l’altra faccia della storia. Ed è lei a porre il dubbio se un artista (o presunto tale) abbia il diritto, in nome del proprio dono (o dannazione?) di sconvolgere le vite degli altri.
In internet ho trovato diverse città americane con questo nome, ma, anche se la Carthage in questione si trova nello stato di New York, è inevitabile il rimando alla Cartagine fenicia, con il suo splendore e la successiva rovina.
Ho iniziato questo libro, che da tempo stazionava sulla mia libreria, perché, dopo un saggio di Heine sulle donne di Shakespeare, avevo bisogno di una trama forte. In effetti, la trama in questione è più che forte, coinvolgente e intensa, a tratti devastante. Casualmente poi due personaggi portano il nome di due donne shakespeariane, Juliet e Cressida, le sorelle Mayfield, figlie di Zeno, avvocato ed ex sindaco della città. Due sorelle molto diverse sia fisicamente che caratterialmente, costrette nei ruoli della bella e dell’intelligente.
La vicenda inizia con la scomparsa di Cressida e la successiva confessione del suo omicidio da parte dell’ex fidanzato di Juliet, veterano della guerra in Iraq, tornato mutilato nel corpo e nella psiche.
E’ la psiche dei personaggi il vero terreno su cui si snoda il thriller e Cressida è per me uno dei personaggi più complessi. Ragazza difficile, a cui non importa nulla della bellezza, ma che, prigioniera della propria bruttezza, vorrebbe essere adorata per quello che è, nel modo in cui sua sorella viene adorata per la bellezza. Forse geniale (interessante il suo progetto universitario su Frankenstein) fallisce proprio dove dovrebbe eccellere.
Gli altri personaggi, quelli che le sopravvivono, vengono visti al momento della sparizione, in bilico tra la speranza di ritrovarla viva e la disperazione di chi arriva troppo tardi, e sette anni dopo. Perché, quando si verifica una morte in una famiglia, è come un terremoto, i rapporti si riallineano. Questo è quello che pensa Zeno, il padre, il politico, un uomo abituato ad essere al centro del proprio mondo e che poi, proprio da quel mondo, verrà messo da parte. Il suo nome è lo stesso di Zenone, il filosofo del paradosso del finito nell’infinito. Un paradosso che per Cressida significa desiderare ardentemente.
Meno spazio è dedicato ad Arlette, la madre, che resta però un personaggio incisivo, capace di grande forza dietro un’apparente fragilità.
Particolarmente forti sono le pagine dedicate al colpevole, il veterano di guerra, l’ex fidanzato, quasi un membro della famiglia, con i suoi ricordi di guerra che si affacciano durante gli anni di carcere.
Ero arrivata quasi alla fine e avevo voglia di divorare le ultime pagine, invece sono state forse quelle che ho letto più lentamente perché, nonostante sia un romanzo corale, in cui vengono esplorati i diversi punti di vista sugli stessi avvenimenti, la parte dedicata a Juliet è davvero l’altra faccia della storia. Ed è lei a porre il dubbio se un artista (o presunto tale) abbia il diritto, in nome del proprio dono (o dannazione?) di sconvolgere le vite degli altri.
sabato 30 maggio 2015
Martin Walser
"Già avere un ruolo, o desiderare un ruolo nella storia dell'umanità, è l'inizio di un grande crimine..." scrive Martin Walser nel suo racconto "Autoritratto come romanzo criminale". Racconto psicologico e privo di azione, con un protagonista che ha commesso un "crimine innocuo". E l'autore stesso arriva poi a chiedersi se un crimine possa mai essere innocuo. Si tratta di un racconto interamente retto dalla prosa e dalle considerazioni di Walser, racconto breve, di cinque pag...ine soltanto, che pure riesce a far amare questo autore, le cui opere sono quasi introvabili in Italia, addirittura poco tradotte, nonostante si tratti di uno dei più grandi scrittori tedeschi del dopoguerra. Forse il più grande della sua generazione, salutato qualche volta come il nuovo Thomas Mann.
Eppure anch'io, nel leggere il suo racconto, ho delle riserve, come se il mio inconscio premesse per frenare l'entusiasmo. Perché l'ombra che grava su di lui è pesante. Ma quanto influisce sull'opera di uno scrittore, o più in generale sull'opera di un artista, il suo vissuto?
Io per prima ho detto tante volte che non conta nulla, che la storia della letteratura è piena di uomini meschini e torbidi, che pure hanno scritto opere grandiose. Eppure molte carriere artistiche sono state stroncate dai comportamenti e dalle convinzioni degli artisti stessi. Forse è sempre più difficile scindere l'artista dall'uomo quando si tratta di un contemporaneo. Se ad un artista del passato si può persino arrivare a perdonare un assassinio, a volte è difficile perdonare ad un contemporaneo anche una banale ed innocua antipatia.
Eppure anch'io, nel leggere il suo racconto, ho delle riserve, come se il mio inconscio premesse per frenare l'entusiasmo. Perché l'ombra che grava su di lui è pesante. Ma quanto influisce sull'opera di uno scrittore, o più in generale sull'opera di un artista, il suo vissuto?
Io per prima ho detto tante volte che non conta nulla, che la storia della letteratura è piena di uomini meschini e torbidi, che pure hanno scritto opere grandiose. Eppure molte carriere artistiche sono state stroncate dai comportamenti e dalle convinzioni degli artisti stessi. Forse è sempre più difficile scindere l'artista dall'uomo quando si tratta di un contemporaneo. Se ad un artista del passato si può persino arrivare a perdonare un assassinio, a volte è difficile perdonare ad un contemporaneo anche una banale ed innocua antipatia.
lunedì 20 aprile 2015
La colazione della domenica
Di solito, alla domenica mattina, leggo Io Donna del giorno precedente. Di solito non leggo mai l'articolo dell'ultima pagina, quello della Dandini, perché la Dandini mi annoia in televisione, figuriamoci in un articolo. Ieri però, chissà perché, l'ho letto. All'inizio mi era sembrato completamente inutile, visto che commentava una pubblicità (che io non ho mai visto) in cui una donna si appassiona al tablet quando scopre di poter fare shopping. La Dandini lamentava che "orma...i le donne possono acquistare anche bulloni e chiavi inglesi, non solo borsette e abitini". Ok, e allora? Una donna che acquista chiavi inglesi e bulloni è più evoluta di una che acquista una borsetta? Una donna che gira in tuta da meccanico è più intelligente di una che compra abitini? Io ho forti dubbi.
Più avanti però l'ho trovato fastidioso e offensivo nei confronti delle donne italiane perché la Dandini ipotizzava che questo spot fosse confezionato per l'Italia, la Grecia, la Turchia e altri paesi poveracci. Mentre per i paesi più "evoluti" si erano sicuramente inventati di meglio.
Per fortuna una risposta l'ha data Armani qualche pagina prima, quando spiega cosa significhi vestire le donne milanesi: "Visto che la donna milanese è un tipo di donna internazionale, lavorare e piacere a lei significa lavorare e piacere al mondo".
Che il buongusto e il senso estetico per gli abitini siano anche lo specchio di una maggior apertura mentale?
Più avanti però l'ho trovato fastidioso e offensivo nei confronti delle donne italiane perché la Dandini ipotizzava che questo spot fosse confezionato per l'Italia, la Grecia, la Turchia e altri paesi poveracci. Mentre per i paesi più "evoluti" si erano sicuramente inventati di meglio.
Per fortuna una risposta l'ha data Armani qualche pagina prima, quando spiega cosa significhi vestire le donne milanesi: "Visto che la donna milanese è un tipo di donna internazionale, lavorare e piacere a lei significa lavorare e piacere al mondo".
Che il buongusto e il senso estetico per gli abitini siano anche lo specchio di una maggior apertura mentale?
martedì 11 novembre 2014
Heinrich Heine
Ci sono libri che rendono felici solo per il fatto di stare nella borsa e aspettare il momento in cui avremo tempo di leggerli. Ed è così anche se è lunedì e ti sei svegliata alle 6.30 e piove a dirotto.
In effetti è stato in un tardo pomeriggio d'autunno che ho incontrato Heinrich Heine. Era l'anno della maturità, circa dodici mesi prima della caduta del muro di Berlino, quando la Germania era ancora divisa in due, e dalle pagine del libro di letteratura tedesca apparve il poeta di Düsseldorf, ugualmente detestato e volutamente ignorato da entrambe le parti.
Eppure quella sera, mentre leggevo la sua vita, le sue poesie, i suoi aforismi, mi parve talmente vicino a me e alla malinconia dell'autunno che mai più sarei riuscita a liberarmi di lui. Heine per me è la quintessenza della letteratura. È noto soprattutto come poeta, perché le poesie sono riuscite in qualche modo a sfuggire alla damnatio memoriae operata dai suoi connazionali, ma è stato anche scrittore, giornalista, saggista, critico. Non c'è ramo della letteratura in cui non abbia prestato il suo contributo, con la ricchezza della sua arte, pervasa di delusione, amarezza, ma sempre ironica e capace di strappare un sorriso nel momento in cui il lettore meno se l'aspetta.
Per qualche tempo girai per le librerie cercando i suoi libri. Mi andava bene qualsiasi cosa, volevo soltanto andare oltre i brani riportati sui libri di letteratura. Ma i commessi delle librerie mi guardavano perplessi. Non conoscevano quel nome, anche se apparteneva ad un poeta paragonabile a Goethe. "Con l'eccezione di Goethe," scrive Marcel Reich Ranicki, "a nessun singolo lirico tedesco è toccata una popolarità anche solo approssimativamente vasta quanto la sua".
Poi finalmente un giorno, per caso, mi ritrovai davanti "Notti fiorentine". Frammento, racconto in prosa che forse più di ogni altro rappresenta il suo autore, mescolando aspetti onirici e gotici a cronache della vita del tempo. L'ho riletto in questi giorni, insieme a "Memorie di Schnabelewopski", perché cercavo una citazione, perché era passato tanto tempo, o forse, semplicemente, perché rileggere i suoi scritti è sempre come leggere qualcosa di nuovo. Perché Heine è soprattutto l'autore dei contrasti, la cui arte è impossibile da definire, tanto che Laura Mancinelli dà la colpa a questa complessità della sua opera se su di lui è caduto un macigno di silenzio. Eppure credo che nessun autore abbia saputo farsi amare così tanto e trasmettere altrettante emozioni attraverso il tempo. "L'ho sentito al mio fianco alla stregua di mio contemporaneo e alleato, di amico geniale, anche se talvolta un po' inaffidabile," scrive ancora Marcel Reich Ranicki. È successo a lui, a Sissi e anche a me.
In effetti è stato in un tardo pomeriggio d'autunno che ho incontrato Heinrich Heine. Era l'anno della maturità, circa dodici mesi prima della caduta del muro di Berlino, quando la Germania era ancora divisa in due, e dalle pagine del libro di letteratura tedesca apparve il poeta di Düsseldorf, ugualmente detestato e volutamente ignorato da entrambe le parti.
Eppure quella sera, mentre leggevo la sua vita, le sue poesie, i suoi aforismi, mi parve talmente vicino a me e alla malinconia dell'autunno che mai più sarei riuscita a liberarmi di lui. Heine per me è la quintessenza della letteratura. È noto soprattutto come poeta, perché le poesie sono riuscite in qualche modo a sfuggire alla damnatio memoriae operata dai suoi connazionali, ma è stato anche scrittore, giornalista, saggista, critico. Non c'è ramo della letteratura in cui non abbia prestato il suo contributo, con la ricchezza della sua arte, pervasa di delusione, amarezza, ma sempre ironica e capace di strappare un sorriso nel momento in cui il lettore meno se l'aspetta.
Per qualche tempo girai per le librerie cercando i suoi libri. Mi andava bene qualsiasi cosa, volevo soltanto andare oltre i brani riportati sui libri di letteratura. Ma i commessi delle librerie mi guardavano perplessi. Non conoscevano quel nome, anche se apparteneva ad un poeta paragonabile a Goethe. "Con l'eccezione di Goethe," scrive Marcel Reich Ranicki, "a nessun singolo lirico tedesco è toccata una popolarità anche solo approssimativamente vasta quanto la sua".
Poi finalmente un giorno, per caso, mi ritrovai davanti "Notti fiorentine". Frammento, racconto in prosa che forse più di ogni altro rappresenta il suo autore, mescolando aspetti onirici e gotici a cronache della vita del tempo. L'ho riletto in questi giorni, insieme a "Memorie di Schnabelewopski", perché cercavo una citazione, perché era passato tanto tempo, o forse, semplicemente, perché rileggere i suoi scritti è sempre come leggere qualcosa di nuovo. Perché Heine è soprattutto l'autore dei contrasti, la cui arte è impossibile da definire, tanto che Laura Mancinelli dà la colpa a questa complessità della sua opera se su di lui è caduto un macigno di silenzio. Eppure credo che nessun autore abbia saputo farsi amare così tanto e trasmettere altrettante emozioni attraverso il tempo. "L'ho sentito al mio fianco alla stregua di mio contemporaneo e alleato, di amico geniale, anche se talvolta un po' inaffidabile," scrive ancora Marcel Reich Ranicki. È successo a lui, a Sissi e anche a me.
giovedì 22 maggio 2014
La gita delle ragazze morte
Ero alla Mondadori con mia sorella, quando per caso l'ho visto. "Un libro allegro," ha commentato mia sorella. Il titolo in effetti è macabro, ma non me ne importava niente, nemmeno avevo mai sentito nominare questo racconto, soltanto ero interessata a lei: Anna Seghers, un'autrice a cui non avevo mai prestato molta attenzione, preferendo la sua amica Christa Wolf. Per anni infatti mi ero imbattuta nella sua foto sul libro di letteratura tedesca, senza che mi venisse voglia di approfondire la scrittrice marxista che mi guardava, con i capelli raccolti sulla nuca. La stessa scrittrice che, con la stessa pettinatura, ma i capelli completamente bianchi, parlava con Thomas Mann qualche pagina più in là.
Poi qualche mese fa ho letto "La mia vita" di Marcel Reich-Ranicki e Anna Seghers, per la prima volta, ha iniziato ad incuriosirmi. A suscitare la mia curiosità non è stato tanto il racconto di MRR che leggeva appassionatamente "La settima croce" nel carcere di Varsavia, quanto l'aneddoto del suo successivo incontro con la Seghers, quando lei respinse i suoi complimenti, sostenendo di aver ricalcato la struttura de "I promessi sposi". Il grande critico lesse allora il romanzo italiano e, non trovando nessuna attinenza, concluse che gli scrittori capiscono la letteratura quanto gli uccelli l'ornitologia.
In mancanza de "La settima croce", mi sono per il momento accontentata di questo breve racconto, che è anche uno dei rari testi autobiografici della Seghers. L'edizione Marsilio ha poi il vantaggio del testo originale a fronte.
La traduzione italiana di Rita Calabrese è ottima e non altera il ritmo della prosa originale, nonostante la Calabrese avverta nella prefazione riguardo l'impossibilità di rendere alcune sfumature. La patria della Seghers, per esempio, è Heimat, il che costituisce una presa di distanza dal termine "nazista" Vaterland.
Il racconto è breve, eppure denso e ricco di personaggi. L'autrice li osserva con malinconia per quel giorno lontano, in cui i loro problemi erano gli stessi di tutti gli adolescenti e il loro mondo era ancora intatto, il loro paese indiviso. Con stupore si chiede poi come sia possibile che il loro futuro sia stato proprio quello.
Su tutte le ragazze, spiccano Marianne e Leni, amiche come "vere sorelle", ma che poi si troveranno su fronti opposti. Ci sono ragazzi che solo qualche anno dopo cadranno in guerra, ma a loro verrà risparmiato il destino dei sopravvissuti, che saranno costretti ad esporre la bandiera con la svastica per non perdere un impiego statale.
C'è Nora, felice di sedere accanto all'insegnante prediletta, cui in seguito intimerà di alzarsi da una panchina perché vietata agli ebrei.
E sullo sfondo la narratrice, la timida Netty Reiling, non ancora Anna Seghers. Una ragazza brava a scrivere e ad osservare la vita intorno a lei, fino al dramma che toccherà la sua famiglia. Con il tempo Netty è scomparsa, ritirata da qualche parte, nel profondo della donna con i capelli raccolti sulla nuca, ma riaffiora il suo urlo: "Und ich brauch doch so schrecklich Freude" ("E io ho così spaventosamente bisogno di gioia").
Poi qualche mese fa ho letto "La mia vita" di Marcel Reich-Ranicki e Anna Seghers, per la prima volta, ha iniziato ad incuriosirmi. A suscitare la mia curiosità non è stato tanto il racconto di MRR che leggeva appassionatamente "La settima croce" nel carcere di Varsavia, quanto l'aneddoto del suo successivo incontro con la Seghers, quando lei respinse i suoi complimenti, sostenendo di aver ricalcato la struttura de "I promessi sposi". Il grande critico lesse allora il romanzo italiano e, non trovando nessuna attinenza, concluse che gli scrittori capiscono la letteratura quanto gli uccelli l'ornitologia.
In mancanza de "La settima croce", mi sono per il momento accontentata di questo breve racconto, che è anche uno dei rari testi autobiografici della Seghers. L'edizione Marsilio ha poi il vantaggio del testo originale a fronte.
La traduzione italiana di Rita Calabrese è ottima e non altera il ritmo della prosa originale, nonostante la Calabrese avverta nella prefazione riguardo l'impossibilità di rendere alcune sfumature. La patria della Seghers, per esempio, è Heimat, il che costituisce una presa di distanza dal termine "nazista" Vaterland.
Il racconto è breve, eppure denso e ricco di personaggi. L'autrice li osserva con malinconia per quel giorno lontano, in cui i loro problemi erano gli stessi di tutti gli adolescenti e il loro mondo era ancora intatto, il loro paese indiviso. Con stupore si chiede poi come sia possibile che il loro futuro sia stato proprio quello.
Su tutte le ragazze, spiccano Marianne e Leni, amiche come "vere sorelle", ma che poi si troveranno su fronti opposti. Ci sono ragazzi che solo qualche anno dopo cadranno in guerra, ma a loro verrà risparmiato il destino dei sopravvissuti, che saranno costretti ad esporre la bandiera con la svastica per non perdere un impiego statale.
C'è Nora, felice di sedere accanto all'insegnante prediletta, cui in seguito intimerà di alzarsi da una panchina perché vietata agli ebrei.
E sullo sfondo la narratrice, la timida Netty Reiling, non ancora Anna Seghers. Una ragazza brava a scrivere e ad osservare la vita intorno a lei, fino al dramma che toccherà la sua famiglia. Con il tempo Netty è scomparsa, ritirata da qualche parte, nel profondo della donna con i capelli raccolti sulla nuca, ma riaffiora il suo urlo: "Und ich brauch doch so schrecklich Freude" ("E io ho così spaventosamente bisogno di gioia").
martedì 18 marzo 2014
Viandante, se giungi a Spa...
Sto leggendo una
raccolta dei migliori racconti tedeschi selezionati da Marcel Reich Ranicki e
così mi sono imbattuta in un racconto che non leggevo da tempo: “Viandante, se
giungi a Spa…” di Heinrich Böll. Di questo scrittore preferisco decisamente i
racconti, soprattutto quelli della guerra, piuttosto che i romanzi, anche se fu
proprio un romanzo a valergli il Nobel. E non solo perché il racconto si adatta
alla dimensione precaria degli autori di questa generazione, ma perché credo
che Böll sia uno di quegli scrittori, come Cechov o la Munro, capaci di
delineare in poche pagine situazioni e personaggi, ai quali non è necessaria
una parola in più. A parte questo, Böll è incredibilmente distante sia da
Cechov che dalla Munro. Direi anzi che gli scrittori tedeschi della sua
generazione sono distanti da tutto il resto del mondo, esclusi nella stessa
solitudine che circonda i loro personaggi e che ne costituisce la tragedia. I
racconti di Böll, soprattutto questo, sono distanti anche dal Böll successivo, il
predicatore dei romanzi, che prende di mira la società consumistica.
In lingua originale, la
prosa dell’autore è scarna, addirittura squallida e perfettamente consona allo
squallore che descrive. Ho sempre pensato che fosse una prosa “onomatopeica”,
che traduce esattamente in parole il senso di desolazione dei personaggi. Si
tratta però di una prosa estremamente incisiva, mi sono infatti stupita di
come, dopo così tanti anni, le parole di quell’incipit mi siano risultate
familiari, come se, involontariamente, avessi sempre continuato a ricordarlo.Il racconto inizia con
un’auto e il fatto di soffermarsi a parlare di un mezzo meccanico dà subito
l’idea di quanto poco conti l’azione umana, di come le vicende si dispieghino
dal di fuori, attraverso un mezzo inumano e non governabile da parte del
protagonista, mentre sullo sfondo si staglia lo scenario apocalittico di una
città che brucia. Per forza di cose, il protagonista “è agito”, trasportato
prima in auto e poi in una barella, all’interno di una scuola, trasformata in
un ospedale di fortuna. Oltre all’impotenza umana e alla mancanza di controllo
degli eventi, però, risalta il fatto che, in un momento tragico, i pensieri del
soldato ferito non siano drammatici e nemmeno rivolti alla sua famiglia, di cui
non si sa nulla, oppure alla preoccupazione per la propria condizione fisica. Il
suo interesse principale sembra essere quello di convincere se stesso, contro
ogni evidenza, che quella scuola non può essere la sua, che gli elementi in cui
gli sembra di riconoscerla sono gli stessi che si trovano in tutte le scuole, perché
tutte le scuole sono uguali. Mi piace pensare che la sua preoccupazione sia
quella di conservare in un luogo tranquillo e sicuro il suo passato, la sua
vita di prima, a cui forse spera ancora di tornare, anche se ora il mondo, la
sua vita e lui stesso sono completamente diversi da tre mesi prima, quando era
uno studente in quella stessa scuola.
I riferimenti ad un
passato diverso sono presenti fin dal titolo, preso da una traduzione di Schiller
dal greco, ma nello stesso tempo il riferimento indica anche la ripetitività
degli avvenimenti. La città, il cui nome è rimasto incompleto, è l’eroica
Sparta delle Termopili, ma anche la città belga di Spa, quartier generale
tedesco della prima guerra mondiale.La tragedia esplode proprio quando, portato nell’aula di disegno, il soldato legge sulla lavagna la scritta e riconosce la propria scrittura. A quel punto non ci sono più scuse, non può più cercare di convincersi di essere in un altro luogo perché quella scritta lo mette di fronte a se stesso, quello che era e che non tornerà più, una persona profondamente diversa, lo studente che ha scritto con dei caratteri troppo grossi. Quella frase incompiuta, che in tre mesi non è stata cancellata, è la prova di un mondo cancellato e di una vita persa.
Non è un racconto rassicurante, è un racconto che trasmette un forte malessere, soprattutto se lo si legge prima di addormentarsi. Ma questo malessere è il suo punto di forza, l’unicità che ci fa sentire vicino, e al tempo stesso lontano, un protagonista di cui non si sa molto ma di cui non importa sapere di più. E’ il senso di malessere a far apparire questo racconto bellissimo e a farci percepire un dolore insondabile, che per noi resta comunque misterioso. E per qualche strano motivo viene spontaneo toccarsi le braccia e le gambe.
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