Ero con mia sorella nella nostra libreria preferita, la Mondadori di corso Vittorio Emanuele, le ex Messaggerie Musicali, quando lei ha sorriso in direzione di uno scaffale e ha preso un libro con la copertina marrone: si intitolava I cani e i lupi.
"Un altro libro della Némirovsky!" ha esclamato felice.
"Chi è?" ho chiesto. Il nome ostrogoteggiante non mi diceva niente, se non che forse quell'autore era russo, ma io, che pure di autori russi ne conosco parecchi, non ne avevo mai sentito parlare.
"Irène Némirovsky," ha detto lei mostrandomi il nome sulla copertina. "Mi piace tantissimo".
Sarà, ho pensato mentre la accompagnavo alla cassa a pagare il libro.
Ci è voluto qualche mese e la lettura della quarta di copertina di alcuni libri, prima che mi venisse la curiosità di leggere quella strana scrittrice, di cui non avevo mai sentito parlare ma che era morta nel 1942, quando l'olocausto compì un doppio crimine: verso di lei e la sua povera vita ancora giovane, e verso di noi, per averci privato della sua opera.
Per fortuna, però, prima di morire ad Auschwitz, la Némirovsy fece in tempo a scrivere parecchio e io iniziai leggendo Il calore del sangue.
Era più o meno primavera, il libro era piccolo, un formato comodissimo da portare nella borsa e leggere sulla metropolitana nel tragitto verso l'ufficio. Lo lessi in un giorno e mezzo, senza quasi riuscire a staccarmi e facendolo malvolentieri, quando proprio non potevo farne e meno. Il libro era bellissimo, la storia appassionante e scritta in modo avvincente. Leggevo e per il resto del tempo mi ripetevo le frasi che avevo letto, ripensavo alle scene del breve romanzo, soprattutto quella in cui il protagonista entra nella locanda e vede la propria immagine riflessa nello specchio. Per tutto il tempo della lettura, pensai a pochissime altre cose al di fuori del libro, quando lo finii provai un forte senso di malinconia, un po' per lo sviluppo della vicenda, un po' per la tristezza di averlo finito, un po' per il senso di amarezza che lascia il bellissimo finale a sorpresa. Così chiesi subito a mia sorella un altro romanzo della Némirovsky.
Da sei mesi non leggo altro, sono immersa nelle atmosfere dei suoi romanzi e dei suoi racconti brevi, e mi spiace che fra poco avrò finito anche l'ultimo, Il malinteso, anche se spero che nel frattempo ne venga alla luce qualche altro.
Sono romanzi e racconti uno diverso dall'altro, con personaggi sempre reali e disegnati con cura in ogni loro aspetto, i temi ricorrenti sono soprattutto la giovinezza e poi la sua perdita durante la vecchiaia, i rimpianti, ma soprattutto il passaggio da una fase all'altra della vita.
E' bellissimo soprattutto quello che avrebbe dovuto diventare il suo romanzo più importante, Suite francese, e che resta invece incompiuto, l'unione di due lunghi racconti, molto diversi uno dall'altro, impreziosito però dagli appunti e dalle pagine di diario di una donna che lentamente, e forse addirittura consapevolmente, stava andando incontro alla morte.
In questi mesi ho letto i suoi libri tradotti in italiano, ma anche quelli in francese, lingua e patria che scelse dopo la fuga dalla Russia, e finora nessuno mi ha deluso, nemmeno nelle raccolte di racconti.
Purtroppo mi manca, e non riesco a trovare in nessuna lingua, La vita di Cechov, deduco che non sia stato più pubblicato, ma continuo a sperare di trovarmelo davanti, prima o poi. Sì, perché io e la Némirovsky condividiamo una grande passione: quella per il primo scrittore moderno, il più grande, e lei resta la seconda grande scrittrice dell'era moderna dopo di lui.
"Un altro libro della Némirovsky!" ha esclamato felice.
"Chi è?" ho chiesto. Il nome ostrogoteggiante non mi diceva niente, se non che forse quell'autore era russo, ma io, che pure di autori russi ne conosco parecchi, non ne avevo mai sentito parlare.
"Irène Némirovsky," ha detto lei mostrandomi il nome sulla copertina. "Mi piace tantissimo".
Sarà, ho pensato mentre la accompagnavo alla cassa a pagare il libro.
Ci è voluto qualche mese e la lettura della quarta di copertina di alcuni libri, prima che mi venisse la curiosità di leggere quella strana scrittrice, di cui non avevo mai sentito parlare ma che era morta nel 1942, quando l'olocausto compì un doppio crimine: verso di lei e la sua povera vita ancora giovane, e verso di noi, per averci privato della sua opera.
Per fortuna, però, prima di morire ad Auschwitz, la Némirovsy fece in tempo a scrivere parecchio e io iniziai leggendo Il calore del sangue.
Era più o meno primavera, il libro era piccolo, un formato comodissimo da portare nella borsa e leggere sulla metropolitana nel tragitto verso l'ufficio. Lo lessi in un giorno e mezzo, senza quasi riuscire a staccarmi e facendolo malvolentieri, quando proprio non potevo farne e meno. Il libro era bellissimo, la storia appassionante e scritta in modo avvincente. Leggevo e per il resto del tempo mi ripetevo le frasi che avevo letto, ripensavo alle scene del breve romanzo, soprattutto quella in cui il protagonista entra nella locanda e vede la propria immagine riflessa nello specchio. Per tutto il tempo della lettura, pensai a pochissime altre cose al di fuori del libro, quando lo finii provai un forte senso di malinconia, un po' per lo sviluppo della vicenda, un po' per la tristezza di averlo finito, un po' per il senso di amarezza che lascia il bellissimo finale a sorpresa. Così chiesi subito a mia sorella un altro romanzo della Némirovsky.
Da sei mesi non leggo altro, sono immersa nelle atmosfere dei suoi romanzi e dei suoi racconti brevi, e mi spiace che fra poco avrò finito anche l'ultimo, Il malinteso, anche se spero che nel frattempo ne venga alla luce qualche altro.
Sono romanzi e racconti uno diverso dall'altro, con personaggi sempre reali e disegnati con cura in ogni loro aspetto, i temi ricorrenti sono soprattutto la giovinezza e poi la sua perdita durante la vecchiaia, i rimpianti, ma soprattutto il passaggio da una fase all'altra della vita.
E' bellissimo soprattutto quello che avrebbe dovuto diventare il suo romanzo più importante, Suite francese, e che resta invece incompiuto, l'unione di due lunghi racconti, molto diversi uno dall'altro, impreziosito però dagli appunti e dalle pagine di diario di una donna che lentamente, e forse addirittura consapevolmente, stava andando incontro alla morte.
In questi mesi ho letto i suoi libri tradotti in italiano, ma anche quelli in francese, lingua e patria che scelse dopo la fuga dalla Russia, e finora nessuno mi ha deluso, nemmeno nelle raccolte di racconti.
Purtroppo mi manca, e non riesco a trovare in nessuna lingua, La vita di Cechov, deduco che non sia stato più pubblicato, ma continuo a sperare di trovarmelo davanti, prima o poi. Sì, perché io e la Némirovsky condividiamo una grande passione: quella per il primo scrittore moderno, il più grande, e lei resta la seconda grande scrittrice dell'era moderna dopo di lui.
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